Suspiria di Luca Guadagnino: La magia sta nella danza

Susie (Dakota Johnson) una giovane ballerina proveniente dalla profonda campagna americana riesce a coronare il suo sogno di essere ammessa in una prestigiosa accademia di danza a Berlino.

Una Berlino divisa e sotto attacco degli attentati della Banda Baader Meihnof, una situazione di pericolo esterno che si rispecchia ancora più inquietante all’interno dell’edificio scolastico, dove cominciano ad avvenire una serie di sparizioni.
Mentre le ragazze si allenano per ricreare ancora volta “Volk” il balletto inventato dalla nota insegnante, ballerina e coreografa Madame Blanc (Tilda Swinton), ed il talento di Susie viene notato dalle insegnanti, all’esterno un anziano psicologo (Tilda Swinton?), pieno di rimpianti, comincia la sua indagine per ritrovare una paziente scomparsa (Chloe Grace Moretz).
Il film remake del famoso horror di Dario Argento si allontana dal materiale originale e crea qualcosa di diverso, una parabola sul femminile e i rapporti umani, in primis quello madre e figlia, non a caso proprio il titolo sarebbe dovuto essere diverso: “Suspiria de profundis” come lo scritto (1845) di Thomas de Quincey dove si illustra la visione delle tre madri: Mater Lacrimarum, Mater Suspiriorum, Mater Tenebrarum.
La figura della grande Madre (Terra) diventa la chiave per la soluzione dell’intrigo in un primo finale abbastanza deludente e trash/splatter che si allontana da quello strano equilibrio che aveva attraversato l’intero film, tra compostezza e ferocia. Un equilibrio perfetto rappresentato in special modo dalle splendide coreografie dove l’energia selvaggia e dirompente viene racchiusa in precise figure geometriche, qui le ballerine diventano vere e proprie frenetiche menadi, non è un caso che le coreografie incantevoli siano tutt’uno con le uniche 3 scene davvero horror del film. La danza così rivela la vera magia che unisce l’uomo (o meglio la donna) al divino.
Dopo l’ultimo atto frettoloso e di dubbio gusto tra “Carrie” e Rob Zombie, nell’epilogo il film si risolleva e torna al suo equilibrio, con un messaggio sul ruolo dei ricordi, della storia, su cosa rammentare e cosa lasciare andare, che forse è la chiave dell’intera pellicola, dando un motivo finale all’opprimente cornice storica.

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