An (Kawase Naomi) – Ode al fagiolo

Storia di un taciturno e solitario venditore di dorayaki (specie di pancake giapponesi guarniti con l’an, ovvero la marmellata di fagioli rossi che dà il nome al titolo) e del suo incontro con la tenera Tokue, anziana signora desiderosa di essere presa a garzone da lui per una cifra ridicola, pur di poter lavorare e preparare ancora la sua marmellata di fagioli rossi, sua specialità. L’uomo in principio desiste, salvo poi cedere conquistato dalla bontà dell’an

Non è difficile immaginare come possa proseguire il resto della storia, così come non è difficile individuare i quattro protagonisti della pellicola, presenti già nella locandina. Oltre al venditore Sentaro ed alla svampita ma saggia signora Tokue, vediamo anche la tredicenne Wakana e soprattutto la natura. Questa la quarta importante protagonista del film, in (quasi) tutte le stagioni e soprattutto in quella più bella e piena di speranza: la primavera, per la precisione durante la fioritura dei ciliegi. Così comincia e così si conclude infatti la storia, coprendo un anno della vita di questi personaggi e aiutando lo spettatore a percepire meglio il tempo che passa.

Kawase Naomi ripropone così i temi a lei cari, dalla natura che accompagna le fasi della nostra vita, al rispetto verso gli anziani e verso tutto ciò che ancora hanno da dare e da insegnare, ricordandoci l’amore per le cose che facciamo e che ci circondano. Anche in questo film infatti non possono mancare tali elementi, vissuti attraverso gli occhi delle consuete tipologie di personaggi: l’uomo burbero ma in realtà sensibile; l’anziana signora innamorata della vita; la giovane timida eppure più saggia di quanto ci si possa aspettare.

Insomma, niente di nuovo viene aggiunto, niente che possa destare lo spettatore dal sogno nel quale già prevedeva di immergersi e il cui desiderio è stato esaudito in pieno. Nulla manca nel delicato racconto così “tipicamente Giapponese” della Kawase. Eppure ad uno spettatore avvezzo al genere rischia di risultare un po’ piatto e poco originale. Peccato, perché se da una parte la regista accontenta lo spettatore che si aspetta proprio ciò che viene proposto, forse dall’altra avrebbe potuto osare di più. Non facendolo fa sembrare l’opera più furba che poetica e la Kawase più pigra che emancipata. Ciononostante, questa regista ha l’indubbio merito di aver restituito al Mondo un cinema sobrio e umile che sembrava morto dai tempi di Ozu. E di essere donna.

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