Arrival di Denis Villenueve – Recensioni FEMS

Arrival, ovvero, come spesso accade, gli alieni sono arrivati  sul Pianeta Terra…ma il vero problema è, come recita la frase di lancio, “Perchè sono venuti qui?”.

I vari stati del mondo, invasi dalla presenza aree di alcuni strani dischi volanti, metteranno insieme delle equipe per affrontare il problema da un un punto di vista scientifico e linguistico, perché in fondo bisogna trattare sì con una specie aliena, ma anche confrontarsi con uno stato estero/extragalattico che vuole qualcosa dal pianeta Terra.

Tratto da Storia della tua vita, incluso nell’antologia di racconti Storie della tua vita (Stories of Your Life) di Ted Chiang, il film, scritto da Eric Heisserer e diretto dall’apprezzato regista Denis Villenueve (Prisoners, Sicario), ha come protagonisti una strepitosa Amy Adams, un redivivo Jeremy Renner (finalmente la Marvel lo ha rilasciato su cauzione) e Forest Whitaker.

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Il film presenta una struttura narrativa ad enigma ingegnosa e coinvolgente (soprattutto nell’ultima parte), anche se purtroppo non mancano alcuni momenti di eccessivo rallentamento, problema abbastanza comune nei blockbuster tratti da racconti e non da romanzi (è davvero utile allungare il brodo per raggiungere il minutaggio più comune?).

Il potere della Parola

L’elemento più innovativo in Arrival è però la prospettiva adottata nei riguardi della problematica aliena: la linguistica.

L’esperta Louise Banks  (Amy Adams) trovandosi davanti una lingua completamente diversa da tutte quelle terrestri dovrà ingegnarsi (i linguisti apprezzeranno) a trovare il giusto metodo per mettersi in contatto con gli eptapodi (gli alieni), senza alcun indizio o precedente.

Lungo il racconto la  parola e la scrittura diventeranno la forza per cambiare il destino dell’universo sia a livello planetario che interplanetario.

Il messaggio è forte ed attuale: si invita sia al dialogo tra gli stati, che con il diverso attraverso un approccio che faccia fronte alle caratteristiche del singolo che ci si trova di fronte.  La parola non è quindi apparenza ma conoscenza, permette di capire il funzionamento delle persone e della società in cui vivono (funzione antropologica), ma anche di rispondere ai singoli avvenimenti nella giusta misura. Tanto che nel finale il potere della lingua/parola/verbo e di chi davvero la comprende viene avvicinato a quello di Dio, attraverso chiari riferimenti alla teologia cristiana. Il film prende così una svolta facendoci capire che l’intera pellicola era qualcosa di diverso da quello che ci sembrava inizialmente: una parabola sulla creazione della vita e sull’accettazione della morte.

Umanitas

Sicuramente Arrival, pur mettendo a fuoco le moltissime tematiche che abbiamo citato (dal destino e il libero arbitrio, all’attualità geopolitica – con qualche velato messaggio alla questione Europea) si presenta anche come un’apologia del confronto tra illuminismo/scienza e umanesimo/lettere, l’uno al servizio dell’altra. Le due visioni opposte e complementari del mondo sono incarnate nei personaggi di Jeremy Renner-Ian Donnely e in quello di Amy Adams-Louise, un rapporto chiave che sarebbe stato bello vedere più approfondito nel corso della pellicola.

Ciononostante talvolta è proprio il lato intimista del film a prendere il sopravvento ricordandoci che, malgrado l’impianto fantascientifico, agli occhi del regista e dalla sua protagonista Arrival non è altro che:

“La semplice storia di una madre che racconta a sua figlia la propria vita”

(cit. Denis Villenueve).

 

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