Chi l’ha visto (il film): Cabaret di Bob Fosse

Cominciamo i nostri consigli di cinema di quest’anno con un genere che polarizza spesso gli spettatori: il musical. C’è chi lo ama e chi lo odia, ma difficilmente lascia indifferenti. Tuttavia noi riteniamo che il film che vi proponiamo oggi possa essere apprezzato da tutti, perché è un musical molto atipico e complesso: Cabaret di Bob Fosse.

Cabaret è un adattamento di un musical di Broadway del 1966; il musical prese ispirazione dalla raccolta di racconti Addio a Berlino dello scrittore Christopher Isherwood ambientati all’epoca della Repubblica di Weimar.

Il film inizia con l’arrivo a Berlino di Brian Roberts, un timido e inibito giovane inglese. Brian si stabilisce in una pensione modesta dove rimane affascinato dalla sua vicina di stanza, l’artista di Cabaret Sally Bowles. Alla loro vicenda centrale si intrecciano storie di personaggi collaterali, come l’arrivista Fritz che corteggia la ricca aristocratica ebrea Natalia Landauer e il misterioso nobile Maximilian von Heune. Su tutti i personaggi si stende sempre più opprimente lo spettro del nazismo in ascesa. 

Cabaret contrappone due mondi, il mondo esterno e quello del cabaret stesso. Su questi due sfondi che si alternano, i personaggi si muovono in una continua frenesia, nel tentativo di raggiungere i propri obiettivi, di perseguire le proprie ossessioni. Le connessioni umane sono rare, gli affetti precari e intensi, con la sensazione viva nello spettatore che la felicità sia provvisoria. Il film emana un senso di solitudine e claustrofobia, di pericolo imminente.

Cabaret è un musical atipico perché i numeri musicali, tranne uno, si svolgono tutti nel contesto del Cabaret. In questo musical nessuno interrompe la propria vita per mettersi a cantare senza motivo. Inoltre, le canzoni non raccontano esplicitamente gli avvenimenti; piuttosto fanno da contrappunto e commento, a volte ironico a volte sconsolato, alla trama che si dipana. Questo rende Cabaret un musical accessibile anche a non amanti del genere. Tanto più che i numeri musicali sono assolutamente irresistibili; è impossibile ascoltare Liza Minnelli cantare in questo film senza ammirare il suo straordinario talento. 

Tre motivi per riscoprire Cabaret

  • I numeri musicali: ognuno di essi è un piccolo gioiello, pensato per commentare, anticipare, fare da contrappunto ironico. Molti sono sono decisamente comici, altri profondi e romantici o tristi. Alcuni sono esplicitamente satirici. La scena finale, il numero conclusivo di Sally Bowles al Kit Kat club, vale da sola tutto il film. Però per vederla guardatevi il film, altrimenti non vale.
  • La complessità dei personaggi: Cabaret ha esseri umani reali come protagonisti. Le loro motivazioni e i loro stati d’animo sono spesso un mistero per lo spettatore e la loro vulnerabilità nel mondo del film creano un senso di empatia nostro malgrado. La loro personalità contiene strati complessi di cui vediamo solo la superficie: l’esplosiva vitalità di Sally Bowles insieme alla sua fame di affetto; l’oscillazione di Brian tra allegria (spesso alcolica), silenzi incomprensibili e rabbia infantile. Un personaggio molto enigmatico è il maestro di cerimonie del Cabaret, secondo diverse letture interpretato come un simbolo della Depressione, della decadenza, di Berlino come città che attira i diversi e gli emarginati, addirittura del diavolo o, secondo l’interprete Joel Grey, un “cattivo che porta una maschera da Hitler”. 
  • L’atmosfera suggestiva, in equilibrio tra euforia e ansia: Il film trasmette perfettamente l’atmosfera frenetica della Repubblica di Weimar nei suoi ultimi giorni e l’ansia di vivere dei personaggi. Anche quando ridiamo e gioiamo con loro, siamo acutamente consapevoli della dittatura e guerra alle porte e temiamo per la sorte di questi esseri fragili e ignari, ancorati in un presente che scivola verso un abisso. Il film è generalmente abbastanza buio, e gioca sull’alternanza tra il mondo esterno e il Kit Kat club. Il Cabaret è un mondo di finzione, eppure riflette il mondo reale come uno specchio distorto. Uno specchio che alla fine diventa più reale del mondo che scivola nella follia.

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