Cartoline da Venezia 77 – Souvenir di una Mostra dal colore diverso

In questo periodo di giornate che si accorciano e di cinema chiusi, settembre sembra ormai lontano e la Mostra del Cinema 2020 uno sbiadito ricordo. Mostra che è stata diversa dalle altre sotto molti punti di vista. Definita come ‘sottotono’ per le poche star internazionali e una sorta di ‘ritorno al passato’ per la ricercatezza della selezione di film presentati, è andata in scena però con la nota positiva del grande numero di donne registe in concorso, mai così tante, e della scelta di due presidenti di giuria donna: Cate Blanchett per il Concorso Internazionale e Claire Denis per Orizzonti.

Noi FEMS abbiamo raccolto in questo articolo alcune delle protagoniste di Venezia 77 e le loro opere, per ricordare un bel momento di cinema, sperando di poterci tornare presto e, parafrasando le parole di una delle registe di questo articolo, sognando il giorno in cui non sarà più necessario parlare di quante donne sono in gara, a Venezia o altrove.

Registe a Venezia, tra Punk e Mainstream
Venezia 77 è stata l’edizione della Mostra che ha visto la partecipazione del maggior numero di donne in concorso dietro la macchina da presa. Per alcune si è trattato di una prima partecipazione, per altre, di un felice ritorno.

È il caso di Susanna Nichiarelli, che a tre anni di distanza dall’apprezzatissimo Nico, 1988 è tornata in concorso al Lido con Miss Marx. La regista romana ha all’attivo diversi cortometraggi e anche il suo lungometraggio d’esordio, Cosmonauta, di cui è regista ed interprete, venne presentato proprio a Venezia nel 2009.

In Miss Marx, come in Nico, 1988 Nicchiarelli ci presenta il ritratto in chiave punk di un personaggio femminile iconico, ma poco celebrato, che orbita attorno a personaggi maschili più diffusamente noti. La protagonista di Miss Marx è infatti Eleanor Marx, figlia dell’autore del Capitale e sua degna erede di battaglie e ideologie. Quello che Nicchiarelli racconta però non è solo la dimensione politica e pubblica della vita del personaggio, ma anche, in parallelo, la vicenda personale di una donna che nonostante la classe di appartenenza, la grande cultura e intelligenza e il costante impegno sociale non riesce ad emanciparsi dai limiti posti dall’influenza degli uomini presenti nella propria vita, in particolar modo il compagno.
Miss Marx scorre e ci cattura, i costumi e le scenografie danno sempre una leggera impressione di artefatto e, assieme alla colonna sonora, esplicitano una chiara opera registica, la narrazione si sofferma solo su momenti salienti, tralasciando spazi ‘vuoti’ e ricorrendo a balzi temporali che ci restituiscono l’essenza del personaggio. Anche grazie a questo, Nichiarelli ci regala una delle scene finali migliori viste quest’anno al Lido.

E l’incapacità da parte di una donna di liberarsi da relazioni tossiche e limitanti si è rivelata uno dei temi ricorrenti nelle pellicole in gara a Venezia 77 ed è decisamente al centro dell’opera di un’altra regista in concorso: Gia Coppola. Gia Coppola a Venezia 77 con il film MainstreamLa giovane regista, che aveva presentato il suo primo lungometraggio, Palo Alto, alla mostra sette anni fa, è tornata in gara a Venezia77 nella sezione Orizzonti con Mainstream, una storia di relazioni e connessioni di gusto adolescenziale sul tema della (dis)umanità digitale. La pellicola, che richiama alla mente un certo cinema indipendente dei primi anni duemila, presenta una regia curiosa, con una rappresentazione cruda e a volte grottesca di un soggetto non altrettanto a fuoco. Un film che consigliamo per una discussione sul tema con gli amici e per i fan dei due protagonisti Andrew Garfield e Maya Hawke. Gia Coppola, nipote di Francis-Ford Coppola è cresciuta nel mondo del cinema ed ha frequentato i set sin da bambina (è stata diretta dal nonno in un episodio di New York Stories e ne Il Padrino – parte III ). Ha inoltre collaborato con Sofia Coppola e ha diretto diversi cortometraggi oltre ad essere sceneggiatrice dei suoi film. Noi ci auguriamo che continui a sperimentare e speriamo ci riservi piacevoli sorprese, come la tradizione di famiglia ci ha abituati!

Eleonora

Una terra  chiamata Nomadland 

See you down the road“. La regista Chloé Zhao e l’attrice Frances McDormand hanno salutato così il pubblico di Venezia, che lo scorso settembre ha incoronato “Nomadland” con il Leone d’Oro della  77esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.

In corsa per gli Oscar, il terzo lungometraggio della regista rivelazione Chloé Zao (nome d’arte Zhao Ting), classe 1982, cinese di nascita e americana d’elezione, è un viaggio on the road negli spazi incontaminati del Nevada e nelle pieghe di un’America che fatica a risollevarsi da una crisi economica e sociale che ha lasciato molti ai margini. Ogni anno sono migliaia le persone – come documenta il libro-inchiesta  di Jessica Bruder “Nomadland: Surviving America in the Twenty-First Century”, da cui è tratto il film – che, dopo aver perso tutto, decidono di mettersi in viaggio, per necessità o per scelta, alla ricerca di un senso nuovo da conferire all’esistenza e di una ritrovata libertà.

È questa comunità di nomadi moderni con le  loro storie e con un rinnovato sillabario del vivere – interpretati da attori non professionisti, cifra neorealista della cinematografia di Zhao –  a costellare il viaggio della protagonista Fern che, alla guida del suo furgoncino “Vanguard”, dopo la morte del marito, decide di lasciarsi alle spalle la cittadina fantasma di Empire nel Nevada, paese al collasso a causa della chiusura dell’azienda mineraria, per iniziare una nuova vita. Ad interpretarla magistralmente è Frances McDormand,  che è anche produttrice della pellicola che potrebbe condurla al terzo Oscar (dopo i successi di “Fargo” e di “Tre manifesti a Ebbing Missouri”).

La fotografia di Joshua James Richard dà voce alla profondità dei paesaggi statunitensi, che fanno da potente contraltare visivo ai magazzini targati Amazon con cui si apre il film, moderno e smisurato non-luogo che caratterizza il nostro tempo.  “Nella natura possiamo guarire e nella solitudine possiamo trovare noi stessi. E’ qualcosa di spirituale che ho cercato a lungo”, ha dichiarato la regista
Chloé Zhao, già acclamata a Cannes con “The rider. Il sogno di un cowboy” e che guarda al cinema di Terrence Malick come ad uno dei suoi maestri.
L’anno prossimo porterà nelle sale un film targato Marvel, “Eternals”

Le sorelle Macaluso di Emma Dante

Trasposizione teatrale dell’omonima pièce teatrale, Le sorelle Macaluso segna il ritorno sul grande schermo della regista e attrice teatrale Emma Dante. Ancora una volta a Venezia, come nel 2013 quando stupì la platea veneziana con il suo film d’esordio, Via Castellana Bandiera, che valse la Coppa Volpi ad Elena Cotti.

Maria, Pinuccia, Lia, Katia e Antonella sono le protagoniste di un film corale che racconta a tutto tondo la complessità degli affetti e della perdita, i condizionamenti familiari, il dolore celato nei gesti mancati o in quelli ripetuti fino all’ossessione. Al dramma di un’intera famiglia sconvolta da un lutto che, come nella tragedia greca, non risparmia nessuno, si oppongono la bellezza di una Palermo senza tempo e il librarsi in volo delle colombe che, dalla palazzina di casa Macaluso ove sono custodite, scandiscono l’esistenza delle cinque ragazze.

È una recitazione tutta iscritta nei corpi delle sue protagoniste in lotta con lo scorrere del tempo, come accade a Maria che si ammala di cancro e al consumarsi del corpo lento e inesorabile oppone il gesto estremo di un’abbuffata di dolci dai tempi bulimici, in una scena che dilata al massimo il tempo filmico.

La messa in scena cinematografica non riesce a distaccarsi dall’originario dettato teatrale nella recitazione delle sue protagoniste così come nei tempi filmici o nelle simbologie ricorrenti: al centro della scena campeggia la casa, una palazzina sgarrupata alla periferia di Palermo,  con i suoi mobili ingombranti che sopravvivono alle sue protagoniste e  le sue finestre ora spalancate e ora chiuse sul mondo.

Sara

Mona Fastvold – The World to Come

Il west è nella sua iconografia classica un luogo estremo di sacrifici ed insieme un luogo di eroi romantici in fuga, alla ricerca di una nuova vita. Nel loro essere spazio di frontiera, il “Far West” che dalle coste dell’Atlantico arriverà lentamente a toccare quelle del  Pacifico, le terre delle Americhe si caratterizzavano per essere aspre e inospitali per i nuovi colonizzatori, fossero essi uomini o donne. La narrativa western relega molte volte le seconde a comprimari, ad angeli del focolare, madri, prostitute, prigioniere degli indiani da liberare, mentre assai poche sono le Calamity Jane che imboccano la via dell’avventura come le loro controparti maschili.

Eppure nel cinema western non mancano le figure femminili forti, a partire da Grace Kelly in “Mezzogiorno di fuoco”, che prima decide di piantare il marito per poi salvarlo, passando per Claudia Cardinale in “The Professionals”, un piccolo gioiello del periodo del crepuscolo del mito del west cinematografico classico, fino a Nicole Kidman e Rennee Zellweger in “Ritorno a Cold Mountain”, film un pò fuori tempo massimo in uno dei tanti revival sporadici del genere.

Quello che fino ad oggi mancava, e della cui importanza ci si era spesso dimenticati, era una regista donna che riuscisse a raccontare il suo punto di vista su quel periodo e sulle donne che l’hanno vissuto. A Mona Fastvold, regista norvegese di “The World to Come”, questo è riuscito benissimo.

La storia che racconta è quella di due solitudini nate dall’isolamento, non determinato dagli uomini ma sicuramente inasprito da essi, causato dalla natura impervia dei luoghi in cui vivono, il nord degli Stati Uniti di metà ‘800. Due donne scioglieranno questa solitudine con una amicizia che sfocerà in una relazione sentimentale. Ma il film riesce a non perdere mai il punto e, solo in una fortissima sequenza finale, si lascia andare al racconto dell’intimità delle due protagoniste mettendone in risalto sentimenti ed intensità, laddove invece molti film moderni nel tentativo di mostrarsi aperti avevano molte volte svuotato di poesia ed intimità la sessualità, concentrandosi sul mostrare sempre però preoccuparsi di far provare.
I personaggi maschili nel film, i due mariti, risultano scontatamente adombrati ma non necessariamente prevedibili.

L’altro vero protagonista, al fianco alle donne, è il paesaggio naturale, magistralmente ripreso, sempre lì a ricordarci – dietro tutta quella bellezza – della grandissima barriera che andava a costituire quando aerei, treni e automobili non erano che un sogno per pochi e della forza d’animo che serviva per viverlo e valicarlo, non solo fisicamente ma anche psicologicamente.

Dario

Jasmila Žbanić – Quo Vadis, Aida?

La recensione di Quo vadis, Aida?

Jasmila Žbanić, nata a Sarajevo nel 1974, racconta nei suoi film le ferite ancora aperte della guerra dei Balcani, ma non solo. Lei stessa sostiene che nei suoi lavori affronta spesso problemi personali che tenta di analizzare con lo strumento cinematografico, e la sua regia è caratterizza da primi piani e silenzi carichi di tensione.

Quest’anno si è presentata alla 77° Mostra del Cinema di Venezia col suo nuovo lungometraggio Quo Vadis, Aida?

L’opera della Žbanić è ambientato nel luglio del 1995 a Srebrenica in Bosnia. Chiunque conosca la storia della guerra dei Balcani sentendo il nome di questa città ha già i brividi e immagina perfettamente di cosa parlerà il film, per chi non lo sapesse, preparatevi a vivere sulla vostra pelle uno dei più grandi crimini di guerra mai compiuti, il genocidio di più di 8.732 uomini.

La pellicola racconta questa vicenda dal punto di vista di Aida, un’interprete bosniaca che lavora presso le Nazioni Unite che hanno sede a Srebrenica. Per tutto il film non solo vediamo le vicende che pian piano portano alla tragedia, ma assistiamo anche agli sforzi di Aida di riuscire a salvare il marito e i suoi figli da morte certa. Il film rende perfettamente il clima di paura e angoscia dei cittadini che non sanno se sopravvivranno all’esercito nemico o che ne sarà di loro nel momento in cui dovranno lasciare la base dell’Onu.

Jasmila Žbanić con questo film ha voluto raccontare la guerra dal punto di vista delle donne, figure spesso dimenticate nelle guerre degli uomini. La regista, infatti, dedica il lungometraggio a tutte le donne che hanno perso qualcuno di caro nel corso del conflitto.

Žbanić non è nuova nel circuito dei festival cinematografici, dall’inizio della sua carriera ha presentato i suoi lavori, per lo più documentari, in diverse manifestazioni e festival in Europa. Nel 2006 arriva a

vincere l’Orso d’oro a Berlino col suo primo lungometraggio Il segreto di Esme. La sua regia è caratterizza da primi piani e silenzi carichi di tensione. La particolarità del suo ultimo film, Quo vadis, Aida è che Žbanić non cerca una perfezione stilistica, ma attraverso le inquadrature tremolanti e i primi piani dei vari personaggi, ci fa percepire l’urgenza di voler raccontare una storia tragica e troppo spesso dimenticata.

Cecilia

La qualità di un film è indipendente dal sesso del regista

Romana, classe 1985 e con educazione ed esperienze internazionali, dopo il suo debutto cinematografico nel 2013 con “Amiche da Morire” (con Claudia Gerini, Cristiana Capotondi e Sabrina Impacciatore), Giorgia Farina approda alla Mostra del Cinema 77 con il suo ultimo lavoro “Guida romantica a posti perduti”, presentato come Evento Speciale alle Giornate degli Autori e distribuito da Lucky Red nelle sale dal 24 settembre.

La storia narra dell’incontro tra Allegra (Jasmine Trinca) e Benno (Cliwe Owen), vicini di casa senza saperlo e bugiardi incalliti: una patologia che si scoprirà presto servire a nascondere altre ferite delle proprie vite. Per questo, Benno e Allegra sono degli anti-eroi per eccellenza, perdenti e forse proprio per questo non possiamo non sentirci vicini a loro nei vizi e nell’umanità dei loro difetti e dei loro sogni. “Amo creare questo tipo di personaggi”, ammette la stessa Farina “poiché ci fanno rivedere qualcosa di noi(1)”.

Nel cast anche Irène Jacob (“Tre Colori – Film rosso”, “Al di là delle nuvole”) e Andrea Carpenzano (“Tutto quello che vuoi”, “La terra dell’abbastanza”), rispettivamente nei ruoli della moglie di Benno e del compagno di Allegra ed entrambi presenti alle Giornate degli Autori assieme a Giorgia Farina e Jasmine Trinca.

“Un road movie dei sentimenti e dei ricordi”: così la Farina ha definito “Guida romantica a posti sperduti”. Eh sì, perché attraverso il viaggio e il supporto reciproco, Allegra e Benno affronteranno quel passato fatto di paure e dolore. Clive e Jasmine hanno partecipato attivamente alla sceneggiatura e lo stesso film è stato girato “on the road” tra Roma e Londra. Un road movie a tutti gli effetti, un racconto in divenire, come è la vita.

Come commento su questo Mostra del Cinema, definita “al femminile”, la Farina ci ha tiene a puntualizzare che preferirebbe essere apprezzata per il suo talento e non in quanto donna: “Io ero donna anche quando non era di moda esserlo(1)”. Sottolinea che si sento spesso dire “un film al femminile”, mentre al contrario non si sente mai dire: “un film al maschile” e sarebbe bello che, nonostante ci possa essere una differenza nei caratteri, un film non sia classificato in base al sesso del suo autore/regista, ma in base alla qualità del prodotto.

Fra B.

(1). Intervista per ELLE.it – 8 settembre 2020

 

 

 

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