Chi l’ha visto (il film): Città di Dio di Fernando Meirelles

In questa nuova serie di articoli, vi presentiamo alcuni film che secondo noi sono o diventeranno presto dei classici. Titoli che magari qualcuno non conosce, ma che noi amiamo tanto e vogliamo aiutarvi a riscoprire.

Cominciamo con un film che probabilmente molti hanno già sentito nominare, Città di Dio di Fernando Meirelles. Questo capolavoro del cinema d’azione è girato in Brasile; la storia ci cala nella dura vita di una favela di Rio de Janeiro tra gli anni sessanta e ottanta.

Il film segue il protagonista e voce narrante Buscapé dall’infanzia all’adolescenza, sullo sfondo di conflitti fra gangster per il dominio sulla Città di Dio. Su tutti emerge la figura di Dadinho, un ragazzino violento e ambizioso. Cambiato il nome in Zé Pequeno, salirà la scala del potere fino a governare la favela con un pugno di ferro e avviare una guerra sanguinosa per il controllo totale. Buscapé si tiene in disparte e cerca di evitare conflitti, ma vivrà una vita di continue frustrazioni. A sostenerlo, una passione per la fotografia che potrebbe essere il suo biglietto di riscatto.

Il film trasmette un forte senso di impotenza. La maggior parte dei personaggi sono incastrati in una situazione degradata a causa delle loro origini, e finisce per essere vittima collaterale di conflitti fra potenti. Uscire dalla favela o di salire sulla scala sociale attraverso il lavoro o la fuga sembra quasi impossibile. Chi ci prova viene quasi sempre ricacciato dagli eventi in un circolo vizioso di violenza e povertà. L’unico modo per acquisire potere e prendere in mano il proprio destino sembra essere la violenza e la totale indifferenza per le sofferenze altrui.

Come dice Buscapé: “nella Città di Dio, se scappi sei fatto, e se non scappi sei fatto lo stesso”.

Gli stessi trafficanti in cima alla catena alimentare combattono per dominare una realtà misera: le guerre nella Città di Dio sono guerre tra poveri. I ricchi outsider arrivano solo per comprare la droga quando Zé Pequeno tiene la situazione sotto controllo; il loro unico interesse è sfruttare la favela ed evitare problemi.

Nel 2013 è uscito un documentario dal titolo “City of God: 10 Years Later” che intervista i protagonisti della produzione. Molti di loro erano stati effettivamente scoperti in una favela; il documentario si sforza di indagare l’impatto del film nel loro ambiente e nelle loro vite. Una testimonianza particolarmente toccante arriva da Alexandre Rodrigues, l’attore che interpreta Buscapé. Alexandre racconta che al suo ritorno dal Festival di Cannes dove ha visto la ricchezza, le limousine, i tappeti rossi, si ritrova di nuovo nella stanza dal tetto in lamiera dove dorme in un letto a castello con la sorella. Si sdraia sul letto, nota una perdita d’acqua dal soffitto e lo shock della disparità gli fa venir voglia di piangere. Città di Dio non è un film facile, ma nemmeno alcune esperienze reali legate al film lo sono.

Tre motivi per riscoprire il film Città di Dio

  • Se si amano i film d’azione che abbiano anche un cervello oltre a tanti spari. Città di Dio ha tutto: spari, cervello e anche cuore. La storia è intensa e a tratti pesante, ma il materiale è bilanciato con cura; il ritmo alterna fasi incessanti a momenti di leggerezza. Le pause ci fanno capire che la violenza e l’azione si svolgono in un posto dove vivono persone reali, e dove si svolge una quotidianità. Nella favela troviamo persone che cercano di condurre una vita normale, nonostante i problemi e la discriminazione. Questa angolatura è spesso mostrata da Buscapé, dalle sue esperienze e dal suo gruppo di amici, sebbene la criminalità occasionalmente si infiltri anche lì.

 

  • I personaggi multisfaccettati. In Città di Dio ogni personaggio ha in sé violenza e tenerezza. Così Buscapé, la vittima per eccellenza, prova a entrare nel crimine; all’estremo opposto, vediamo il feroce Zé Pequeno isolato e a disagio a una festa. Non c’è personaggio in questo film così buono da non sgarrare mai o così cattivo da non farci intravedere, anche solo per un secondo, un abisso di pena. Anche per questo il film è difficile. Non si può fare a meno di empatizzare, a gradi diversi, con i personaggi principali. Il risultato è che gli avvenimenti drammatici delle loro vite ci colpiscono ancora di più, e tutto sembra più reale.

 

  • La regia, fotografia, colonna sonora, insomma tutti i collaterali. Città di Dio non è solo sostanza (e che sostanza!), ma è anche forma. La fotografia accompagna lo scorrere del tempo: dai caldi gialli e arancioni che fanno da sfondo agli inizi della favela, ai grigi e aggressivi toni dell’epoca di Zé Pequeno. La storia, narrata da Buscapé, procede per salti frequenti; flashback nel passato che svelano misteri e allusioni al futuro che incuriosiscono lo spettatore. Una temporalità complessa che però non perde mai il filo del racconto. E la colonna sonora completa il quadro: come la fotografia, segue l’andamento della narrazione e va da melodie rétro carezzevoli a toni funky più aspri. Un perfetto complemento sonoro al racconto, sia dal punto di vista temporale che di tono.

Speriamo di avervi motivato a riscoprire questa pietra miliare di un cinema da noi spesso trascurato.

Vi auguriamo perciò buona visione e alla prossima puntata di Chi l’ha visto (il film)!

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