“Close-Knit” di Ogigami Naoko

La piccola Tomo vive con una madre che periodicamente abbandona lei e il suo lavoro per fuggire via con un uomo. La bambina è così costretta a chiedere ospitalità allo zio Makio, che la accoglie sempre con grande affetto. Fino al momento in cui Makio confessa alla nipote di star convivendo con una persona molto speciale di nome Rinko. Non appena Tomo vede questa donna vagamente mascolina, capisce il senso delle parole dello zio: Rinko è una donna quasi a tutti gli effetti, salvo la certificazione sui documenti di identità. In passato però è stata Rinshi, un ragazzino isolato e infelice perché percepiva la propria differenza e soffriva all’idea di non apparire come si sentiva dentro. Una volta appresi i suoi crucci, la madre di Rinshi decide che il figlio ha diritto ad avere il seno che desidera e gliene regala uno fatto all’uncinetto, assieme ad alcuni reggiseni.

Passano le settimane e, nonostante la breve perplessità iniziale, Tomo si affeziona quasi indissolubilmente a Rinko, la cui dolcezza e delicatezza aveva fatto innamorare Makio a prima vista e che riesce ad affascinare e conquistare anche lo spettatore. Inoltre, la bambina sperimenta per la prima volta un affetto puro e incondizionato: un cibo caldo, il calore di una casa dove si ama, le piccole confessioni, gli abbracci. Tutti elementi che Tomo ha sempre desiderato ma non ha mai ricevuto dalla madre. Questo immenso affetto nella vita dei tre comincia a concretizzarsi nel momento in cui Makio e Rinko decidono di adottare la bambina. Fino a che non riappare la madre…

Alla presentazione in anteprima europea al FEFF di Udine, la regista Ogigami Naoko racconta di aver preso spunto per la sua opera da un articolo di giornale, dove veniva presentata la commovente storia di un ragazzo che, a dispetto del suo aspetto esteriore, si sentiva una ragazza e la cui madre, senza troppo riflettere o giudicare ma invece con infinito amore, le aveva creato dei seni finti. La Ogigami si è sentita così in dovere di rendere nota al grande pubblico una simile testimonianza, costruendone sopra un film che potesse donare un messaggio di speranza e positività. Obiettivo che oseremmo dire centrato alla perfezione.

Molti altri sono i temi affrontati in quest’opera dai tratti delicati: indubbiamente la discriminazione, così come i complessi rapporti familiari, la difficoltà nell’accettare la diversità e l’omosessualità, ma anche e soprattutto la riflessione sulla differenza tra l’amore obbligato dai rapporti familiari e quello libero guidato dai soli sentimenti. In altre parole, non sempre l’amore va di pari passo con i legami di sangue. Quest’ultimo è sicuramente uno dei temi sui quali la regista desiderava porre l’accento, come ha ammesso lei stessa in un’intervista rilasciataci in occasione del FEFF. Un esempio palese di questo tema è rappresentato da Rinko e Tomo, che si amano come madre e figlia, godendo e arricchendosi a vicenda del loro affetto. Ciò pur non avendo legami di parentela, o pur non essendo Rinko “una vera donna” (come le urla, accusandola, la madre della bambina). Inevitabilmente scatta il confronto con il rapporto fra Tomo e la madre naturale, privo di qualsiasi capacità o dimostrazione di affetto. Un secondo parallelismo si ha tra il rapporto che hanno con le proprie madri Rinko e Kai, un compagno di scuola di Tomo che è consapevole della propria “innaturalità” e dell’incapacità della società di accettarla. Kai è altresì una rappresentazione delle nuove generazioni, che con le stesse caratteristiche delle precedenti, possono avere natura e tendenze sessuali molteplici e differenti, ma che paradossalmente si trovano ad affrontare forse più ostacoli. Il paradosso si legge nella contraddizione di un paese che, pur così avanzato e all’apparenza percepito come un portale verso la libertà di espressione, è ancora estremamente radicato nelle proprie convinzioni tradizionaliste.

La madre di Kai rappresenta un esempio di questa mentalità rigida e ormai superata in svariati ambiti, anche se non tutti. Ad esempio nel cinema, dove tutt’ora mancano attori transessuali, così come confermato dalla stessa Ogigami. Per l’interpretazione del personaggio di Rinko è stato infatti pescato dai provini il bravissimo Toma Ikuta, attore di sesso maschile. Contrapposta al radicalismo della madre di Kai c’è invece la madre di Rinko, una donna positiva e libera nei propri giudizi tanto quanto nell’espressione del proprio amore. Un’espressione che talvolta fuoriesce con forza incontrollabile e non sempre necessaria, ma genuina. La stessa regista ha confessato di aver avuto dei modelli in famiglia di donne forti e libere nella manifestazione dei propri sentimenti e questo traspare apertamente in tutte le sue opere. La madre di Rinko non è la sola a rappresentare questo modello di donna, anche la piccolo Tomo ha una capacità di imporre le proprie idee con una forza e una saggezza che non combaciano con la sua età anagrafica, ma che sono state apprese tramite le proprie esperienze e che le permetteranno di prendere anche la propria decisione alla fine del film. Sia la madre di Rinko che Tomo, così come Rinko e Kai, forse rapprentano una prosecuzione di quegli elementi della società che tuttora esistono e sempre esisteranno e che, nel caso delle due donne, possono condurre alla liberazione da vincoli inutili grazie alla forza e alla purezza dei propri sentimenti.

Tutto ciò viene sentito più che mai necessario dalla Ogigami, che con la propria opera si augura non solo di rompere delle vecchie credenze all’interno del proprio paese (basti pensare che il film è stato accolto positivamente solo nella due grandi città di Tokyo e Osaka, mentre non è stato preso in considerazione dal resto del Giappone, ancora rurale e “socialmente arretrato”), ma anche di assumere un ruolo educativo, sia verso coloro che hanno tuttora un atteggimento di ignorante intolleranza verso simili argomenti, sia nei confronti di chi si trova a dover ancora subire tale ignoranza.

Una piccola anteprima per gli interessati:
https://www.youtube.com/watch?v=KjgWDf5Cubs

Fra B.

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