Dieci Inverni di Valerio Mieli (2009)

Gli scorci quotidiani di Venezia, l’occhio sulla città pallida

Tutti noi pendolari della laguna sappiamo che il vaporetto percorre le distanze con una certa lentezza: rispetta quell’andatura ondeggiante e cadenzata che ne è una sua peculiarità.
Di giorno i tempi del tragitto sembrano dilatarsi e le fermate quasi si moltiplicano nella confusione di passeggeri affrettati e ansiosi. Ma non va di certo meglio quando attraversi l’isola nella penombra artificiale della sera, carica di bagagli e, magari, abbracciata ad una lampada, quella a stelo a cui non hai saputo rinunciare.
Sullo stesso vaporetto rimani sola, o quasi: in fondo vedi un ragazzo a sua volta abbracciato ad una pianta, un alberello stentato con quattro frutti pendenti. Silvano e Camilla s’incontrano così, in un’apertura filmica ad opera d’arte. Il tempo di una fermata di vaporetto e qualcosa inizia.

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Si apre così Dieci inverni, film del 2009, diretto da Valerio Mieli ed interpretato da Isabella Ragonese e Michele Rindino. Il regista romano ha esordito con questa delicata commedia romantica prodotta dal Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e ambientata tra Valdobbiadene, Mosca e Venezia.
La pellicola si sviluppa seguendo i due protagonisti lungo dieci anni, i dieci inverni del titolo, durante i quali Camilla e Silvestro, due studenti trasferitisi a Venezia, continuano ad incrociarsi senza mai capirsi fino in fondo. Eppure tra loro esiste un magnetismo che, nonostante la loro differente crescita personale, li attrarre e respinge costantemente.
Sta proprio qui il ruolo chiave che il regista attribuisce alla città di Venezia. Da un certo punto di vista è proprio la città a far incontrare la prima volta i due protagonisti e in seguito continua a riavvicinarli: la lentezza di Venezia, ben rappresentata da quel primo viaggio in vaporetto, dilata i tempi in cui si muovono i personaggi mentre gli spazi si contraggono poiché racchiusi entro i confini dell’Isola. Così i dieci anni scorrono via scanditi dagli incontri, chiassosi o fugaci, che altre città faticano a garantire.
Sebbene il primo approccio con l’ambientazione veneziana sia massiccio, è anche vero che non si rivela mai nei panni di una topografia pressante. Riconosciamo da subito che l’atmosfera veneziana non è consueta e rimane a tratti fumosa: Camilla s’imbarca in un’indefinita banchina della terraferma, riconosciamo di sfuggita la Riva degli Schiavoni e riparte poi per un’indefinita isola. E così i personaggi attraversano scorci secondari della città lagunare: Sant’Elena, l’ospedale Santissimi Giovanni e Paolo, l’aeroporto di Venezia, il mercato di Rialto al mattino. Tutto scorre in un’atmosfera naturale, quotidiana, una Venezia tutt’altro che turistica e colorata bensì pallida e umida, in perfetta reazione con una fotografia dai tratti freddi, giocata sulle sfumature del grigio e dell’azzurro. Nella scelta delle ambientazioni colpiscono in maniera particolare le poche scene in cui Camilla corre (ricordiamo tutti la corsa di Julia Roberts in Everyone Says I Love You?) e la camera può rincorrere gli scorci di Campo San Giacomo d’inverno, lucido di pioggia. In questo momento lo spazio si trasforma in un espediente fondamentale nella narrazione: crea una tensione in grado di separare e unire i due protagonisti, nell’unico vero momento di stasi dell’intera per pellicola.

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Se la presenza di Venezia e della laguna si dimostra così funzionale allo sviluppo dell’intreccio, non è strano che proprio la casetta di Camilla risulti, alla fin fine, il perno di tutta la narrazione. Il luogo compare sia in apertura sia nel finale del film e si trasforma a poco a poco nella casa base della loro relazione in costante divenire. Eppure proprio questo luogo chiave è in realtà un non-luogo, situato in un’isola che, di fatto, non esiste. Il regista Mieli spiega che si tratta di un vero e proprio composito poiché la casetta è parte delle vecchie strutture dell’Arsenale di Venezia ed è solo per l’occasione che ha assunto quell’aspetto: coperta d’edera e diroccata, è stata ampliata dalla produzione e arredata per l’occasione. La casetta non è quindi situata su un’isola e, quel ponte attraversato da Camilla al suo arrivo, è l’imbarcadero dell’isola di San Pietro, la spiaggia invece quella di Sant’Erasmo . Il creare ad hoc un’ambientazione appare del tutto in controtendenza rispetto alla scelta del regista di ritrarre luoghi tanto insoliti quanto specifici della città più visitata al mondo e, forse, è anche la scelta più coraggiosa. Aver costruito con tanta fedeltà allo spirito veneziano un luogo così originale, senza scivolare nella banalità è sicuramente un grande merito, tanto più che riesce a mettere in luce quei piccoli scorci quotidiani, i luoghi nascosti e appartati che si allontanano con grazia all’immagine magniloquente della Venezia turistica.

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In questo intreccio di luoghi di tempi, Dieci Inverni si rivela una dolcissima favola moderna, magari un film per cuori romantici o magari, proprio nella sua semplicità, riesce vibrare alla giusta frequenza malinconica che tanto s’intona con il suono della laguna.

Anna

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