Elle di Paul Verhoeven – Recensioni FEMS

Elle: La più pericolosa Michèle sei comunque tu!

L’ultimo lungometraggio di Paul Verhoeven, dal sintetico quanto significativo titolo Elle, Lei, ha scatenato le penne e le tastiere dei critici cinematografici, che l’hanno descritto nella maggior parte dei casi in termini molto positivi, sottolineandone gli aspetti originali nella trattazione del difficile tema dello stupro.

Per effetto della copertura da parte della stampa, la trama del film è abbastanza conosciuta, almeno per sommi capi: una donna viene violentata in casa sua da un misterioso assalitore mascherato, e si lancia in un’indagine privata per scoprirne l’identità. Nel mentre, le sue interazioni con la famiglia e i colleghi procedono a evidenziare i lati grotteschi e paradossali dell’alta borghesia francese. Tutta l’azione ruota intorno a un’attrice protagonista dall’interpretazione algida e magistrale: Michèle ha gli occhi intensi e il sorriso ironico di Isabelle Huppert, promotrice stessa di questo progetto nato dal romanzo Oh…” di Philippe Djian.

A posteriori, risulta difficile comprendere come il regista possa aver proposto il copione a Hollywood, anziché realizzarlo subito in Francia; in particolare, è quasi impossibile guardare Michèle e immaginarla interpretata da una Charlize Theron, o da una Meryl Streep. Verhoeven ipotizza che il problema di Elle a Hollywood abbia essenzialmente a che vedere con l’assenza della struttura classica del rape revenge movie: stupro, ricerca del colpevole da parte della donna, vendetta. Michèle, che pure è stata descritta come un “angelo sterminatore”, è un personaggio dalle numerose e complesse sfaccettature e sostiene un film profondamente europeo nella sua sensibilità, e molto francese.

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Elle: l’Arte dell’Imprevisto

Il film si apre con uno schermo nero e i suoni di un’aggressione: vetri rotti, colpi, gemiti e grida, grugniti di piacere. La prima cosa che vediamo è un gatto grigio che assiste impassibile a qualcosa. Poi la protagonista, sdraiata sul parquet in mezzo a vasi di porcellana rotti, con il vestito fuori posto e una lunga striscia di sangue sulla coscia. Si alza, si ricompone, pulisce i cocci e subito dopo la vediamo immersa in un bagno di schiuma e ordinare una cena di sushi. Arriva il figlio e, notando il suo occhio nero, le fa domande su come se lo sia fatta. Impassibile, Michèle risponde: “sono caduta dalla bicicletta”. La vita continua, non facciamone un dramma.

Elle è un film che cambia continuamente prospettiva: lo spettatore si fa impressioni e idee sui personaggi, e in particolare sulla protagonista, che vengono regolarmente disattese, smentite da nuove informazioni. In primis, il ruolo dello stupro come principale motivo del film. Secondo lo stesso Verhoeven, lo spettatore non dovrebbe focalizzarsi unicamente sullo stupro, che a detta del regista costituisce il 30-40% dell’azione del film. Il resto sono le dinamiche tra personaggi. Questo è senz’altro vero: la violenza carnale subita da Michèle costituisce la causa scatenante della vicenda solo in una prima battuta. Come in uno stagno tranquillo in cui i sedimenti siano smossi dal lancio di una pietra, la pietra è la causa dei movimenti, ma i sedimenti erano già presenti.

I sedimenti dello stagno Michèle inizialmente non appaiono: vediamo solo la facciata quasi cristallina di una donna ricca e solitaria, con una bella casa, un lavoro importante e creativo e le occasionali seccature causate dai contrasti con i dipendenti nell’ambiente tradizionalmente maschile dei videogames e dal rapporto difficile con un figlio ingenuo e fannullone e una futura nuora approfittatrice. Nella prima parte del film, Michèle fa relativamente poco in relazione a ciò che le è successo: cambia le serrature, va dal medico per delle analisi del sangue, compra spray al peperoncino e una piccola ascia, rimprovera il gatto per non aver almeno graffiato il suo aggressore, e ogni tanto ci regala dei flashback che permettono di vedere ciò che all’inizio del film appare solo in suono. La nostra impressione è che più di ogni altra cosa, Michèle cerchi di riprendere la vita di sempre, e ci vorrà un po’ per capire la sua reticenza. Non ci riesce principalmente per l’insistenza del suo aggressore a invadere di continuo i suoi spazi, fisicamente e tramite stalking via messaggi. Dopo un’escalation di episodi privati e pubblici, la protagonista prende in mano la situazione. Anche in quel caso, ci aspettiamo una denuncia immediata alla polizia (che Michèle sembra evitare per motivi misteriosi) o una ricerca senza quartiere con annesso sanguinoso omicidio finale. Ma tutto avviene per vie tortuose che è impossibile rivelare senza togliere parte del gusto di vedere il film e scoprirlo a poco a poco.

I personaggi compongono un colorito carosello di figure quasi caricaturali: il figlio poco intelligente; la nuora succhiasoldi; la mamma rifatta con il fidanzato toyboy; l’ex marito scrittore fallito con la fidanzata molto più giovane; l’amante grossolano; la vicina bigotta con il marito flirtarolo; i colleghi di lavoro giovani e tendenzialmente maschilisti. Su di loro Michèle alterna occhiate gelide di disapprovazione e sorrisi sempre un filo tinti di compatimento e accondiscendenza. Per lei che è “abituata ai pazzi”, questi piccoli esseri umani non sono nulla di pericoloso, tutt’al più occasionalmente fastidiosi. Gli unici momenti di tenerezza li riserva all’amica e alleata Anna, la quale verrà comunque ferita in modo significativo da Michèle, e qualche strale di gelosia verso l’ex marito, probabilmente più dovuto a una necessità di controllo che a un sentimento.

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Ci sono molti motivi per cui questo film non funzionerebbe mai come un rape revenge movie: la protagonista non è sola, ha un tessuto sociale intricato intorno a sé, un tessuto che in gran parte dipende da lei per funzionare; lo stupro, come si è già detto, non è l’unico motivo narrativo del film, ma si inserisce in una struttura elaborata; i ruoli si confondono, i personaggi sono ambigui, manca la nozione più elementare del sangue che paga per l’innocenza violata; lo stupratore, quando infine si scopre, non dà origine a un climax di ricerca della giustizia, personale o pubblica, ma piuttosto a un gioco sotterraneo di cui gli stessi personaggi sembrano non conoscere le regole.

Visivamente, Elle presenta un’estetica patinata che stride con la crudezza delle scene di violenza. Gli interni domestici sembrano presi da una rivista di arredamento, e Michèle, perfino con un occhio nero e il sangue sulle cosce non sfigurerebbe sulla copertina di Vogue. Questa è gente che ha i soldi e in gran parte si annoia: uniche forze vitali esterne, la fidanzata giovane dell’ex marito e la ragazza del figlio, che in quanto outsiders sono oggetto di scherno e di piccoli sgarbi.

In conclusione, si tratta di un’opera ricca di imprevisti e sorprese, che una volta spogliata rivela un’ossatura fine da romanzo di formazione sentimentale: attraverso una serie di eventi traumatici e un percorso sul filo del rasoio, vediamo la protagonista maturare una maggiore consapevolezza di se stessa e delle proprie motivazioni più profonde. In una intervista per il New York Times, Isabelle Huppert ha affermato di essersi approcciata al ruolo senza sapere realmente quale fosse il significato di fondo delle azioni di Michèle, perché secondo lei, “[Michèle agisce] tramite l’istinto, l’intuizione. Quasi una forma di cecità.” Il suo sorriso misterioso fa pensare a piani accuratamente ragionati, ma in realtà si potrebbe quasi parlare di lucida follia. Una follia che conquista la macchina da presa, che indugia in lunghe inquadrature sul viso e sul corpo di Isabelle Huppert, che irradia confidenza, ironia e sex appeal. La protagonista di Elle è una donna capace di fare dello stupro il catalizzatore per liberarsi delle influenze più castranti della sua vita. Il tutto senza (quasi) un capello fuori posto.

La più pericolosa e la più ammaliante, in fondo, è davvero lei, Michèle. 

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EDIT: In seguito a scambi di idee sul film, aggiungo un Post Scriptum.

“Non ho parlato della metamorfosi da vittima a predatrice, per due motivi principali: il primo è che è stata trattata talmente tanto nelle recensioni principali da essere stata ingigantita a mio parere più di quanto non esista effettivamente; il secondo è che secondo me definire Michèle una cacciatrice non è pienamente corretto, anche alla luce della lettura che ne dà la stessa attrice protagonista. Questa lettura del personaggio implica che ogni sua azione sia calcolata e mirata a uno scopo preciso, il che contraddice la lettura di istinto e intuizione come motore principale delle sue azioni.

Io credo che Michèle, più che una predatrice fredda e calcolatrice, sia una donna dalla sensualità prorompente racchiusa da schemi di controllo rigidi probabilmente dettati dal suo vissuto notevolmente traumatico; credo che il suo passato le abbia reso familiare lo squallore dell’essere umano, motivo per cui la situazione presente non la spaventa così tanto. Tutti gli uomini con cui si relaziona, per quanto la amino o la desiderino, hanno qualcosa di sordido e di viscido e tendono bene o male a umiliarla: l’amante con le sue profferte disgustose, l’ex marito che nonostante l’aria pucciosa da intellettuale fallito aveva (e ha) anche lui i suoi comportamenti negativi con lei, che sembrano poco seri solo perché nel film c’è molto di peggio.

Secondo me tutti puntano in fondo a renderla vulnerabile, più “damigella indifesa” e nessuno in fondo ci riesce. Siccome il polo opposto della damigella indifesa è la cacciatrice, la vedova nera, il suo personaggio viene spostato da uno stereotipo all’altro, ma a mio parere lei non è nessuna delle due. Michèle è veramente l’unico personaggio che non rientra in nessuno stereotipo. Non fugge né insegue, semplicemente vive la sua vita come vuole e come si sente in un determinato momento. Ecco, i personaggi stereotipati: sono stereotipati, ma in modo consapevole, e presentano tutti qualcosa che non ti aspetti, un lato nascosto che mostra come il regista in fondo stia giocando con le nostre aspettative. Il maniaco stesso non è unidimensionale.”

La verità è che questo film e questo personaggio presentano numerosi livelli di lettura, impossibili da esaurire con brevità. Spero comunque di aver reso la recensione più completa a questo punto!

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