FEMS in Giappone: 5 registi che (forse) non conoscete

Il cinema nipponico è poco conosciuto fuori dal Giappone, da sempre ritenuto un paese troppo lontano e troppo differente dal nostro per poterlo capire a fondo. Il poco che conosciamo è relegato ai limitati nomi che sono sopravvissuti al trasbordo transoceanico, arrivando all’attenzione occidentale grazie ai riconoscimenti festivalieri, soprattutto statunitensi o francesi. Tra coloro che senz’altro sono giunti all’orecchio dei più possiamo nominare Kurosawa, Ozu (le cui opere sono state recentemente ridistribuite in versione restaurata), Mizoguchi; mentre più di recente, Kitano (in passato famoso per aver ideato e condotto il programma Takeshi’s castle, da noi più noto come Mai dire Banzai) e, anche grazie al meritato riconoscimento dell’Academy nel 2003 per La città incantata, Miyazaki.

Ognuno di essi ha il merito di aver portato dei contributi al cinema, non solo in Giappone: con trovate innovative per scelta di inquadrature o colori (anche di consapevoli ispirazioni  hollywoodiane); oppure donando dignità e valore al cinema d’animazione, da sempre ritenuto un genere destinato al pubblico infantile e i cui meriti artistici erano stati fino a pochi anni fa esclusivo appannaggio della Disney; o ancora, mantenendo un’estetica autoctona e tradizionale per declinarla poi in forma di immagine in movimento.

Più di tutto, di aver esportato dal Giappone questa estetica e di averla resa fruibile al resto del Mondo.

Eppure, benché i registi appena citati abbiano avuto grandi e degni meriti, oggi abbiamo la fortuna di possedere una notevole ricchezza di nomi (anche nuovi), le cui opere sono delle gemme di sensibilità ed estetica alla quale, con un po’ di pazienza e disponibilità d’animo, si può accedere.

Tra questi, noi abbiamo scelto di presentarne cinque che probabilmente non conoscete, ma il cui talento è altrettanto valido e degno di nota.

(!) Secondo le convenzioni giapponesi, i nomi sono trascritti anteponendo il cognome al nome proprio (!)

  1. Shinoda Masahiro
     Double-SuicideEducato sul set a fianco di registi come Ozu, Shinoda entrò a far parte della Japanese New Wave, movimento di rottura dalla cinematografia classica sulla falsa riga del contemporaneo francese Nouvelle vague. Questo movimento ebbe il merito di portare sugli schermi  argomenti fino ad allora considerati tabù (ancora di più in Giappone), come la ribellione giovanile, la violenza, o il sesso. Tra i più famosi appartenenti a questo gruppo citiamo Oshima, Imamura e Yoshida. Con un approccio simile ma più eterogeneo e versatile, Shinoda si interessa maggiormente al cinema in costume, proponendo soggetti legati ai racconti fantastici o ispirati al teatro tradizionale giapponese. Crea in tal modo un connubbio unico e intrigante tra la poesia dell’arte tradizionale e la violenza di quella contemporanea. Ne rappresentano degli esempi Himiko (1974), oppue Shinjū: Ten no amijima (tit. inglese Double suicide, 1969), unspecifiedentrambi interpretati dalla bravissima Iwashita Shima, compagna di vita del regista. Last but not least, nel 1971 Shinoda ha diretto la trasposizione cinematografica del romanzo di Shusaku Endo – assistito nella stesura della sceneggiatura dallo stesso autore – intitolato Chinmoku – Silence. Dallo stesso romanzo ha tratto il suo ultimo film Silence anche Martin Scorsese, ispirandosi ampiamente all’opera del regista giapponese. Una lezione di cinema da non perdere.
  2. Koreeda Hirokazu
     afterlifeReso noto al pubblico internazionale fin dal suo esordio con Maboroshi (1995), premiato dall’Osella d’oro per la regia alla Mostra del Cinema di Venezia, Koreeda ha al suo attivo un discreto numero di opere, sfornate in media ogni due anni. E quasi tutte considerate di grande valore dai circuiti festivalieri. Ne è un esempio quello di Cannes, al quale il regista ha partecipato per varie edizioni, ottenendo infine il Premio della Giuria nel 2013 per Like father, like son, sorta di racconto di formazione che vede come protagoniste due famiglie i cui figli sono stati scambiati alla nascita per errore. Come comportarsi quando si scopre di non essere il padre biologico di quell bambino amato e cresciuto per 5 anni?  Poetici e delicati, i racconti di Koreeda possono spaziare da temi come la morte (ne è un esempio After life, 1998, dove in un improbabile aldilà le guide si apprestano a mettere in scena il ricordo più felice della vita di coloro  che sono appena trapassati) oppure l’abbandono (come nel tragico Nobody knows del 2004, tratto da un vero fatto di cronaca risalente agli anni ’80 in cui una madre aveva abbandonato in casa i propri figli), a temi di amore incondizionato per la propria famiglia, sia essa biologica o assegnata (come il già citato Like father, like son Our little sister, 2015). Così facendo, il regista introduce argomenti spinosi eppure stimolanti, senza tuttavia porre giudizi e lasciando invece allo spettatore la libertà di scegliere.
  3. Kawase Naomi
    still-the-waterKawase Naomi è uno dei rari volti femminili nel campo della regia in Giappone, riuscendo a farsi largo (sia su territorio nazionale che internazionale) grazie ad un’estetica che pone le basi sulla sua vita privata. Cresciuta dai suoi prozii nella zona rurale vicino Nara, Naomi ha mantenuto questo affetto reverenziale nei confronti degli anziani e soprattutto della Natura circostante anche all’interno delle sue opere. Inoltre, la sua formazione accademica alla School of Photography di Osaka è sicuramente alla base del rigore chirurgico nelle riprese e nell’utilizzo dei colori. Il successo a livello internazionale avvenne fin dal suo primo lungometraggio Moe no suzaku (del 1997, quando la regista non aveva ancora 30 anni), racconto di chiara ispirazione autobiografica che vinse la Caméra d’Or al Festival di Cannes, nonché il premio FIPRESCI al Festival di Rotterdam. Esattamente dieci anni dopo, la Kawase ottenne il Gran Premio della Giuria per Mogari no Mori, sul consolatorio mutuo aiuto di un anziano e della sua giovane infermiera che ha perso un figlio, il tutto circondato nella sempre maestosa e materna natura. Il festival francese non avrebbe dimenticato il suo affetto per la regista nipponica, che nel 2013 venne selezionata come membro della giuria per i film in concorso. Successivamente, la Kawase avrebbe diretto Still the water (2014, anch’esso concorso a Cannes), apparentemente l’ulteriore dichiarazione di un’estetica volta al rispetto per anziani e natura. In verità, in questo caso l’accento è posto su altri elementi a lei cari, ovvero le donne e l’acqua. Le une rappresentante in quel momento di transizione tra la fanciullezza e l’età adulta, delle quali sono il culmine della rappresentazione per una bellezza fresca combinata con una maturità precoce dovuta alla comprensione delle amarezze della vita; l’altra rappresentata come elemento energico, vitale e accogliente, nel quale immergersi senza timore come per volerci morire e rinascere. L’abilità di rappresentare sentimenti così tipicamente giapponesi rendendoli al contempo globali ha permesso alla Kawase di essere consacrata come voce femminile di spicco ed orgoglio per il Giappone, nonché di entrare a far parte delle registe più importanti ed influenti degli ultimi anni.
  4. Shinkai Makoto
    5centimeterspersecQuesto giovane regista, da molti ritenuto l’erede artistico di Miyazaki (lo stesso Shinkai ammette di essersi ampiamente ispirato alle sue opere, in particolare a Laputa: il castello nel cielo), è stato reso famoso al pubblico internazionale grazie a 5 cm per second (2007, tre anni dopo il suo primo lungometraggio Oltre le nuvole, il luogo promessoci). Benché non disdegni romantici racconti di ambientazione quotidiana e dove i piccoli sussulti dell’animo umano vengono dipinti con delicatezza e discrezione (nonostante la potenza e l’unicità delle relazioni rappresentate, come in Il giardino delle parole del 2013), Shinkai propone spesso storie di chiaro timbro fantastico-fantascientifico. Non è un segreto che Shinkai tragga ispirazione anche da Murakami Haruki e probabilmente la rappresentazione di situazioni al limite dell’assurdo cui i protagonisti si approcciano con assoluta naturalezza e che affrontano con infinita umanità (oltre ai già citati Oltre le nuvole, il luogo promessoci 5 cm per second, anche il cortometraggio del 2002 Voices of a distant star e l’ultimo Your name, 2016) sono ispirate proprio da quest’autore. Si tratta sovente di storie di giovani innamorati che per cause di forza maggiore sembrano destinati a non stare insieme. Sono racconti nei quali l’umanità è rappresentata con una tale forza da contrastare ed essere al contempo contrappeso perfetto allo scenario fantastico. Questa forza permette loro di ritrovarsi, anche solo per un fugace attimo (secondo il concetto tutto giapponese del surechigai, ovvero il “passare senza incontrarsi”), contro le leggi dello spazio e del tempo. Questa visione così romantica e straziante delle relazioni viene amplificata da uno scenario che è metafora dei sentimenti umani: cieli immensi come oceani nei quali perdersi e (forse) ritrovarsi.
  5. Kon Satoshi
    perfect-blueKon Satoshi è un altro dei nomi che rientrano a pieno titolo fra gli autori più riconosciuti e influenti degli ultimi anni. Nonostante il suo percorso accademico nel campo del design, Kon è cresciuto amando i manga e sognando un giorno di diventare disegnatore di anime. L’occasione giunse grazie alla richiesta di collaborazione da parte del grande Otomo Katsuhiro (autore di Akira Steamboy), accattivato dal suo stile. A questa seguirono altre con lo stesso Otomo e con Oshii Mamoru, autore di Patlabor e altro grande nome nel mondo dell’animazione. Il debutto per Kon come autore di anime avvenne nel 1995 per il capitolo iniziale (intitolato Magnetic Rose) del lungometraggio di animazione di Otomo Memories. Già da qui si possono riscontrare alcuni degli elementi distintivi dello stile di Kon Satoshi, quali gli inganni e le illusioni della mente e i viaggi nei ricordi. Uno dei meriti del regista è sicuramente l’aver sdoganato gli anime, arricchendoli di elementi complessi e tramutandoli così in un prodotto di fruizione non più esclusivamente infantile (come solitamente veniva considerato, eccezion fatta per gli hentai). Ne è un esempio calzante il suo primo lungometraggio di animazione Perfect Blue (1997), thriller psicologico tratto dall’omonimo romanzo di Takeuchi Yoshikazu e reso da Kon un febbricitante incubo a occhi aperti: davvero imperdibile. Quattro anni dopo dirigerà Millennium Actress, sulla stella cinematografica del passato Chiyoko, che ha passato la sua vita alla ricerca del suo amore perduto durante la guerra. Un malinconico viaggio nei ricordi dell’ormai anziana Chiyoko si tramuta in amorevole omaggio al cinema. Accolto positivamente sia dal pubblico che dalla critica, il successo di Millennium Actress viene replicato nel 2006 da Paprika – Sognando un sogno (tratto da un romanzo di Tsutsui Yasutaka, uno degli autori favoriti da Kon assieme a Philip K.Dick), presentato in anteprima mondiale alla 60a edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Anche in quest’opera vengono trattati i temi tanto cari al regista, ovvero la memoria, il sogno e la realtà, il cinema, le donne, ma in maniera più elaborata e di affascinante. Un fascino che viene rafforzato dalla musica travolgente di Hirasawa Susumu (potete ascoltare uno dei brani qui). Nostalgico e visionario, Kon è stato un creatore di opere straordinarie per tecnica, storie e temi, che avrebbero sicuramente affascinato anche negli anni a venire, non fosse per quel male incurabile che l’ha portato via troppo presto.

Questi erano i nomi dei 5 registi che la nostra Francesca B. vi consiglia di scoprire e condividere con i vostri amici cinefili e/o “nippofili”. Per maggiori approfondimenti, consultate i link qui sotto:

Shinoda: http://www.indiewire.com/2016/12/masahiro-shinoda-best-films-filmstruck-silence-japanese-directors-1201752057/
Koreeda: http://www.kore-eda.com/english/works.html
Kawase: http://www.kawasenaomi.com/kawase/en.html
Shinkai: http://en.shinkaiworks.com/
Kon: http://satoshikon.wikia.com/wiki/Satoshi_Kon_Index

E i vostri 5 registi sconosciuti ma imprescindibili, quali sono? Se ne avete, lasciate un commento qui sotto!

Alla prossima!
Francesca B.

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