Fems in viaggio e recensioni: The Throne!

    Durante il volo di andata in Corea del Sud, il mio attacco audio non funzionava. Ho sperato invano che si trattasse di un problema di cuffie, ma no, il mio bracciolo aveva uno slot completamente andato. Undici ore di volo senza un film possono essere molto lunghe.  Sono comunque riuscita a farle passare scrivendo sul tablet, rileggendo la guida ed enumerando tutti i possibili inconvenienti del viaggio. Sull’aereo di ritorno, la prima cosa che ho controllato è stato il bracciolo. Per fortuna, funzionava. Ho proceduto a compensare il digiuno cinematografico del volo di andata con tre film di fila: Pixels, su cui non mi esprimerò, il dramma storico coreano Sado (The Throne) e la “commedia d’azione” cinese Monster Hunt. Questo giro di recensioni parte da

Sado (The Throne) di Lee Joon-ik

    Il film si apre nel cuore della notte, all’esterno del palazzo imperiale. Una processione di uomini con torce si avvia verso il palazzo, cantando una nenia inquietante. Lo spettatore è lanciato nel pieno svolgimento di una vicenda storica nota in Corea: l’erede al trono principe Jangheon cospira per assassinare il padre, re Yeongjo. Viene fermato e condannato dal padre a essere chiuso in una cassa di legno fino alla morte. Resisterà otto giorni, per poi morire di fame e di sete.

The Throne presenta una struttura a capitoli in cui ogni capitolo rappresenta un giorno della prigionia di Jangheon nella cassa. I capitoli si svolgono in parte nel passato e raccontano la vita di Jangheon dalla nascita fino al suo imprigionamento: man mano che i capitoli si succedono, la tensione sale sia nei flashback che nel presente. Tutto si svolge prevalentemente all’interno del perimetro del palazzo, molto spesso nelle stanze stesse; gli ambienti appaiono ingessati da regole estremamente rigide, alcune di difficile comprensione. L’anziano re, soprattutto all’inizio, appare come un individuo molto legato alla forma e all’apparenza, ossessionato dallo studio e severo con il principe fin dall’infanzia. Il loro rapporto, inizialmente affettuoso, si inasprisce ben presto quando il principe inizia a mostrare più interesse per il disegno e i giochi che per lo studio. Il monarca è anche ritratto come capriccioso e volubile, più attento a tenere una posizione neutrale che a combattere la corruzione fra gli ufficiali e i ministri. I tentativi del principe reggente di introdurre riforme radicali saranno contrastati dal padre e Jangheon si rifugerà nell’isolamento, nell’alcool e nel vizio. Il trono del titolo si mette fra padre e figlio e perverte i rapporti familiari: è emblematica la scena in cui durante la visita rituale alle tombe degli antenati, il re racconta al principe dei sospetti che gravano su di lui di aver fatto assassinare suo fratello per ereditare il trono.

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    Nella visione di questo film è fondamentale lo sguardo dello spettatore: se in Corea la vicenda è universalmente nota, io ho invece visto The Throne con occhi del tutto ignari. Non sapevo cosa sarebbe stato del “Nipote Reale” Jeongjo, il figlio di Jangheon, o di sua moglie. Aspettavo che il vecchio re si impietosisse e ordinasse la grazia per quell’uomo chiuso in una cassa sotto il sole (in pieno Luglio) o che qualcuno lo aiutasse a fuggire. Se uno spettatore coreano guardasse I cento passi o Buongiorno, notte, proverebbe le stesse sensazioni. La distanza culturale permette in questo caso un’immersione completa nella storia, un coinvolgimento non mediato dalle conoscenze pregresse. Essere consapevoli della fine imminente di un protagonista ci condiziona, trasmette un senso di ineluttabilità e quasi di futilità: qualunque cosa intraprenda è destinata a interrompersi, magari in modo violento. Non sapere è ci immerge completamente nella storia e ci costringe momentaneamente a fidarci del punto di vista adottato dall’autore del film.

Nel caso di The Throne ciò è particolarmente significativo, perché il film contraddice l’opinione comune e molti resoconti storici. La contraddizione va dritta al Confucianesimo della dinastia Joseon, adottato in modo particolarmente fedele dal re Yeongjo. Lo scontro tra lui e il principe diventa quasi uno scontro di civiltà: l’antico sistema di valori su cui si fonda la cultura coreana e la nuova generazione, impaziente, alla ricerca di una vocazione e del proprio spazio di autodeterminazione. Questa spinta, soffocata dalle pesanti convenzioni sociali rappresentate dalle regole di palazzo, viene apparentemente punita con la pazzia e in ultima istanza con la morte. Tuttavia, la soluzione al conflitto sembra arrivare dal nipote Jeongjo: attendi che le due generazioni si annullino a vicenda nel conflitto e prendi il meglio da entrambe cercando di evitare sia l’intransigenza del vecchio sistema sia l’intemperanza del nuovo.

    L’opera ha ricevuto il premio come Miglior Film al Korean Association of Film Critics Awards, al The Korea Film Actors Association Award e al 7th Korean Film Reporters Association Awards. Lo stesso regista Lee Joon-ik e gli attori hanno ricevuto numerosi premi; il film è stato apprezzato e premiato in un gran numero di festival in patria, in Asia e anche in Europa ed è arrivato vicino alla nomination per gli Oscar 2016. Questo gioiello ha le caratteristiche delle opere che mettono d’accordo tutti: è corposo, estremamente curato dal punto di vista della scenografia e dei costumi, e mette in scena personaggi profondamente umani di una complessità che viene svelata con garbo a poco a poco. I conflitti familiari hanno valore universale, così come gli intrighi di potere. Nel complesso, un’opera estremamente valida che per me ha avuto il fascino aggiuntivo di rappresentare i palazzi, i costumi e le storie che avevo – in modo frammentario – scoperto durante il mio viaggio. A volte nei film la storia e l’archeologia prendono vita.

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