Free in deed (Jake Mahaffy)

Melva è una madre single con due figli, il maggiore dei quali affetto da una forma violenta e autodistruttiva di autismo. Non ricevendo aiuti concreti né supporto dai medici, trova conforto nella comunità pentecostale del quartiere. Affiderà suo figlio alle costanti preghiere di un esponente di questa chiesa, in cui vengono praticate guarigioni tramite l’imposizione delle mani, ma le cose non andranno come sperato.

Basata su fatti realmente accaduti e sui quali il regista Jake Mahaffy si è ripetutamente interrogato, cercando di capire come sia possibile arrivare all’epilogo presentato allo spettatore alla fine del film, quest’ultimo si avventura nell’azzardo di  una spiegazione al quesito.
La trama si sviluppa quindi su di una linea retta, collegata però con diversi elementi in aggiunta, alcuni dei quali di necessaria finzione drammatica. Ad esempio la complessità del personaggio del guaritore, in cui si mescolano  la visione di un mondo sporco, grigio e corrotto cui egli non riesce a porre rimedio pur nel suo costante tentativo di  pulizia (non a caso il suo lavoro è l’inserviente) ed il costante senso di colpa per i suoi peccati passati cui non riesce a trovare pace, evitando ogni rapporto sociale intorno a lui in un atteggiamento parallelo a quello del bambino autistico. Altro parallelismo lo si trova nel contrasto tra il mondo della medicina, che forse potrebbe risolvere il problema ma non se ne cura, con il mondo della Chiesa, che invece vede la malattia mentale come una possessione demoniaca e che si convince di poterla guarire solo con la fede. Altri elementi concorrono, non solo per rendere più complessa la vicenda, ma anche per fornire molteplici supposizioni su quali cause abbiano condotto al finale che si prospetta.

Un cast di attori fenomenali: alcune scene di preghiera in chiesa sono estremizzate al documentarismo, mentre la disperazione della madre (la bravissima Edwina Findley) per la sua incapacità di aiutare il figlio crea empatia con lo spettatore. Allo stesso modo, egli viene condotto nel senso di inadeguatezza del guaritore (David Harewood, che già conosciamo per Blood diamond), in un costante stato di plumbeo limbo, cui fa da contorno una Memphis quasi sempre uggiosa.

Ultimo commento è da fare al significato del titolo, su cui si potrebbe azzardare un gioco di parole tra un verso della Bibbia (“So if the Son makes you free, you will be free indeed.”, Giovanni 8:36) e l’atto/la pratica (“deed” in inglese) tramite il quale il guaritore si convince di poter liberare il bambino dai suoi turbamenti.
Insomma, meritatissima la vittoria alla 72 Mostra di Venezia per la categoria Orizzonti.

Fra B.

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