I nostri ragazzi di Ivano de Matteo

Finalmente, dopo tanto sgomitare alla Mostra del Cinema di Venezia del 2014 senza però riuscire a rientrare nella cerchia di fortunati che hanno potuto assistere alla proiezione della pellicola di Ivano de Matteo seduti in sala fianco a fianco con Gassmann, Lo Cascio e lo stesso regista, riusciamo a vedere I nostri ragazzi ad un anno e molti km di distanza.

Ci troviamo infatti in un cinema nel cuore di Utrecht che proietta film d’essai, proponendo i titoli più svariati ma concentrandosi principalmente su quelli che hanno partecipato a concorsi internazionali.

Ecco che il film comincia e vengono presentati due fratelli, l’uno chirurgo pediatrico amorevole e coscienzioso (Lo Cascio), l’altro avvocato analitico e distaccato (Gassmann). La scena iniziale mostra l’omicidio di un uomo davanti al figlio, portandoci a conoscere i due protagonisti come il medico che prende in cura il bambino e il difensore dell’assassino. Il punto di partenza è solo una scusa per entrare nell’ottica del rapporto fra i due fratelli, che non perdono occasione per ricusarsi vicendevolmente ogni qualvolta se ne presenti l’occasione: i  loro incontri, sempre organizzati attorno al tavolo di un lussuoso ristorante e mai graditi, sono infatti teatro di ostilità da parte loro e delle loro mogli (impersonate da Giovanna Mezzogiorno e Barbora Bobulova). In questi rapporti conflittuali l’unico collante sembra essere rappresentato dai rispettivi figli, cugini amorevoli che si frequentano quotidianamente.

Il tutto cambia quando in televisione viene trasmesso il video di due ragazzi, ripresi da una telecamera di sicurezza mentre pestano una senzatetto fino a mandarla in coma. Le immagini non sono sufficientemente a fuoco, ma  nelle menti dei genitori comincia velocemente a farsi strada l’ipotesi che i due ragazzi del filmato siano proprio i loro figli.

Liberamente tratto dal romanzo La cena dello scrittore (olandese!) Herman Koch, il film ne riprende il fulcro rappresentato dagli incontri dei genitori dei ragazzi: dall’essere occasioni dettate da doveri familiari, tali incontri al ristorante diventano necessari e sempre più serrati confronti per discutere e decidere su come comportarsi dopo quanto accaduto. Non sarà però cosa facile: ogni genitore reagisce in modo diverso e nel tentativo di trovare una soluzione, le inquietudini, i dubbi e le accuse si faranno sempre più aspri in un confronto che non può non riportare alla memoria il geniale Carnage, opera teatrale portata al cinema da Polanski.

C’è però una differenza fondamentale: ne I nostri ragazzi non percepiamo fin dall’inizio quella tensione latente e pronta ad esplodere da un momento all’altro, quanto piuttosto un costante disagio per i battibecchi dei fratelli e il reciproco odio delle mogli. Anche qui però i fatti vengono presentati in un modo totalmente rovesciato rispetto a quanto mostrato nell’epilogo: la sopracitata scena iniziale serve proprio a deviare lo spettatore, portandolo a trarre le conclusioni che a chiunque apparirebbero ovvie e logiche. In questo modo il film torna reclamando tutta la sua potenza visiva e drammatica nelle scene finali, che lasciano disorientati e increduli.

Fa sempre piacere assistere al tentativo di introdurre nel cinema italiano idee innovative quanto spiazzanti: il costante incremento di violenza e cattiveria fino al limite della sopportazione umana che conduce a epiloghi drammatici ma realistici è qualcosa che abbiamo trovato nel cinema sovversivo degli anni ’60, in pellicole come I pugni in tasca di Bellocchio. Eppure il genere sembrava aver subito una battuta d’arresto, almeno fino a quest’ultimo decennio. Un esempio di timido ritorno sembrò essere Padroni di casa di Edoardo Gabbriellini, sfortunatamente poco considerato in un paese ancora soffocato da commedie e drammi che rimangono spesso troppo simili a loro stessi per paura di rischiare. Invece è proprio l’azzardo a rendere queste opere così affascinanti e avvincenti.

Un elogio particolare va mosso anche ai quattro protagonisti, che sono riusciti ad essere perfetti nelle loro parti individuali e corali, senza sbavature né esagerazioni: i piccoli moti del viso e dello sguardo per mostrare tensione oppure incredulità erano sufficienti e resi con precisione anche dalle inquadrature. Insomma, le FEMS approvano e incitano a continuare su questa strada!

 

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