I, Tonya (2017) di Craig Gillespie

La storia della pattinatrice artistica Tonya Harding secondo il racconto che emerge da varie interviste, soprattutto rivolte alla stessa Tonya e (separatamente) all’ex marito Jeff Gillooly. L’unico modo per ricomporre i pezzi di un percorso che si è concluso con la nebulosa vicenda dell’aggressione alla rivale Nancy Kerrigan prima delle Olimpiadi Invernali del 1994 – mai definitivamente e comunemente confermata – era pescare a piene mani da tutto il repertorio di immagini, video, reportage giornalistici e interviste varie accumulati negli anni e restituire qualcosa che fosse il più possibile vicino alla verità.

Chi ci prova è il regista australiano Craig Gillespie, già avvezzo alla rappresentazione di personaggi controversi – basti vedere “Lars e una ragazza tutta sua” (2007) – . Anche Tonya non può dirsi un personaggio propriamente popolare, poiché considerata non sufficientemente elegante nell’aspetto, nell’atteggiamento e nell’abbigliamento da competizione – della cui creazione si occupava la madre LaVona Golden, che non poteva permettersi di acquistarne o di pagare una sarta – da poter ottenere riconoscimenti e voti adeguati alla sua bravura tecnica.

Perfino la sua situazione familiare sembra aver influito sulla popolarità e sulle votazioni sportive di Tonya, sia in giovane età che dopo il matrimonio con Gillooly. La madre era dedita all’alcool e si dice maltrattasse fisicamente e verbalmente Tonya, obbligata fin da piccolissima a gareggiare a livelli agonistici. La ragazza ci si dedicava anima e corpo, ma pare che agli occhi della madre – che faceva tre lavori per mantenerne la carriera sportiva – l’impegno e i risultati non fossero mai abbastanza.

Anche il matrimonio era partito sotto i peggiori auspici: i litigi tra Tonya e Jeff non consistevano in qualche schiaffo, ma in veri e propri incontri di lotta domestici con vetri rotti e pistole puntate. Differentemente da quanto viene comunemente rappresentato nei film, in cui la moglie subisce passivamente questi abusi, Tonya si difendeva con la stessa grinta e determinazione che metteva sulla pista da ghiaccio. La cosa che sconcerta di più all’interno della pellicola sono infatti le scene di violenza domestica, mostrate crude, senza sconti, al punto da domandarsi fin dove arrivi il paragone con la realtà.

I panni (e i pattini) della protagonista sono indossati da Margot Robbie, attrice dalla carriera ormai più che rodata e convincente sia nell’interpretare questa ragazzaccia dura, all’apparenza noncurante e a volte strafottente, che nelle scene di pattinaggio. La Robbie ammette di avere dimestichezza sui pattini grazie all’hockey (*W Magazine), ma ciò non sarebbe stato sufficiente a riprodurre le complesse figure della Harding, nonostante gli spettacolari giochi di camera (che seguono i pattini sulla pista apparentemente senza stacchi) facciano credere il contrario. Le scene di pattinaggio sono infatti state quasi tutte eseguite da pattinatori professionisti, eccetto il triplo axel, ricreato invece in computer grafica.

La figura di LaVona è invece magistralmente interpretata da Allison Janney, senz’altro indurita per esigenze di copione rispetto alla vera madre di Tonya. Dalle interviste video avvenute nel corso degli anni sembra sicuramente una donna dal carattere duro, ma anche più amorevole e premurosa della sua corrispettiva nel film.

Così come buona parte delle interviste alla Harding e all’ex marito, anche le due versioni sulla vicenda Kerrigan discordano ampiamente. Tonya dice di aver sentito confabulare Jeff con Shawn Eckhardt (il suo migliore amico, nonché guardia del corpo della pattinatrice) prima del fatto e di essere stata informata dal marito subito dopo, ma si assume la colpa di non averli denunciati. Gillooly sostiene invece che lei fosse al corrente dall’inizio.

Tutto ciò non fu mai accertato, ma la vicenda doveva concludersi con una punizione esemplare: mentre all’aggressore della Kerrigan ed agli ideatori furono dati 15-18 mesi di galera, la Harding fu bandita a vita dalle federazioni di pattinaggio. Non poteva esserci decisione più idonea per Tonya, già poco popolare a confronto della brillante e favorita Kerrigan. Eppure lei, che nella propria vita non aveva imparato altro se non a pattinare, è tutt’oggi l’unica atleta statunitense ad aver effettuato il triplo axel in una competizione sportiva (*).

Gillespie decide quindi di riaccendere di nuovo i riflettori su una pattinatrice che lo meritava ma che, anche per via delle sue vicissitudini private, non era mai stata particolarmente riconosciuta. Nonostante non si pronunci con fermezza sulla colpevolezza o innocenza di Tonya – la realtà si rovescia in continuazione, non c’è mai un totale colpevole, né una vittima totalmente innocente – , ce la mostra come una persona semplice, che non ha conosciuto molte gentilezze nella sua vita, ma che non sarebbe mai in grado di compiere ciò che le è stato attribuito. E la stessa Robbie sostiene la sua innocenza.

Fra B.

Per leggere più approfonditamente le differenze tra vicenda reale e rappresentazione cinematografica, vi consigliamo di consultare questo articolo, dettagliato anche sui personaggi.

(*) Rettifica: Proprio nei giorni passati (13 Febbraio 2018) il primato della Harding è stato seguito da Mirai Nagasu, la prima atleta statunitense ad aver eseguito la figura ai Giochi Olimpici.

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