Melò, il genere è tornato: dagli anni ’30 a Venezia 73

The light between the oceans e Frantz, sono i due titoli della Mostra del cinema di Venezia che ci fanno riscoprire un genere preciso, il melò, ambientato nel post dopo guerra (della prima guerra mondiale).

The Light between ocean, dal romanzo di M.L. Stedman, e diretto da Dereck Chanfrance è stato il secondo film in concorso internazionale presentato alla Mostra del cinema di Venezia.

Vi ricordate Blue Valentine, 2010? La critica amò tantissimo (decisamente troppo), questo primo pesantissimo melò di Dereck Chanfrance dove si raccontavano le difficoltà di una coppia in sfacelo, bloccata dall’inerzia e dall’abitudine. Siamo nel 2016 e dopo Come un tuono  Chanfrance è ancora alle prese con un una storia di coppia: Tom (Fassbender) tornato dal Fronte e tormentato dai sensi di colpa, cerca la pace in un lavoro solitario come guardiano del faro sull’isola di Jona: l’incontro con la giovane Isabel gli farà tornare la voglia di vivere. I due si sposano e vivono felici ma la difficoltà a portare a conclusione una gravidanza li indurrà a fare una scelta che metterà a dura prova il loro amore.

Al di là della fotografia (splendida) e delle riprese aeree, c’è ben poco di moderno in questo film che potrebbe essere benissimo uscito da un vecchio cinema degli anni ’30. Narrativamente la storia non osa mai toccare vette di emozione troppo forti e il racconto non ci riserva nessuna sorpresa; ne risulta un film che alla mia nonna (e pure alle appassionate di Nicolas Sparks) piacerebbe tantissimo: “Go’ pianto tanto” (il che implica un pianto commosso che però che non sconvolge, senza eccessi). Peccato perché con due attori del calibro di Fassbender e della Vikander (la più bella coppia del cinema contemporaneo) avremmo sperato che la storia fosse alla loro altezza. Le loro ottime interpretazioni, capaci di dare spessore a questi personaggi abbastanza piatti, sono l’unica cosa che in effetti ci farà ricordare The light between oceans.

Eppure, per quanto la storia possa sembrare datata, potrebbe sollevare ancor oggi alcuni interrogativi attuali: quando si adotta un bambino lo si fa per il suo bene o per quello dei genitori? Di chi è davvero un figlio: di chi lo fa nascere o di chi lo alleva? Un’altra occasione mancata di questo film.

melo

Ed eccoci al secondo melò dal titolo Frantz di François Ozon, un omaggio esplicito sempre al genere di qui sopra – L’uomo che ho ucciso-, persino in un classico bianco e nero (anche se le emozioni della protagonista sono capaci di colorare la pellicola): un ex soldato francese (Adrian) va in Germania a trovare la tomba di un amico, qui incontra la fidanzata e la famiglia di questi per la prima volta, ma ci sono alcuni segreti nascosti nel suo passato. Nella prima parte un’intrigante sottotrama  gialla cattura lo spettatore e lo svia dalla soluzione (ma chi e’ davvero Adrian??? Qual’è il suo vero legame con Frantz??). Il climax e’ ben costruito, e la soluzione non banale, così il racconto coinvolge nonostante l’attore protagonista sia davvero inespressivo  pur se fisicamente adatto (Pierre Niney, ricordate YSL?). Nella seconda parte, da quando Adrian parte, il film perde verve e c’è più di qualcosa che ci solleva qualche dubbio: E’ credibile che una donna da sola, nel primissimo dopoguerra se ne vada a Parigi, incitata dalla famiglia? E’ corretto che far vincere l’amore per Adrian si debba abbassare il personaggio di Frantz (anche in modo un po’ anacronistico)? Per fortuna l’omaggio/critica a Casablanca (e tutto il genere del melò che in parte rappresenta) e l’arrivo in scena della madre di Adrian, cambiano le cose, come nella prima parte, sono le dinamiche familiari tra i due protagonisti a funzionare meglio.

A differenza che in The Light qui il collegamento con il contemporaneo è forte e davvero ben sviluppato, ci fa percepire come l’Europa prima della guerra fosse un paese di interscambi culturali, ma anche questo non sia bastato a fermare una carneficina: saranno passati cent’anni da allora, ma oggi l’Europa è davvero tanto più unita?

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