Kakekomi di Harada Masato

Nel Giappone di metà Ottocento, quando nessuna pena veniva imposta agli uomini sposati che frequentavano bordelli e sale da gioco ignorando completamente o sfruttando le loro mogli, a queste ultime non restava che tentare di ottenere il divorzio tramite la clausura per due anni all’interno del tempio Toke-ji. È ciò che dovranno affrontare le protagoniste di Kakekomi (il titolo si riferisce proprio alla pratica appena descritta), ma raggiungere il loro scopo si rivelerà tutt’altro che semplice.

Tipico jidaigeki eiga, ovvero pellicola di costume solitamente ambienata nel periodo tra il XVII e il XIX secolo, Kakekomi mostra le vicende di un gruppo di donne che cercano rifugio in un luogo in cui, con umiltá e duro lavoro, devono affrontare due anni di completa reclusione. Nella miseria delle loro esistenze, ognuna di loro affronta il percorso in maniera differente: si ride tanto, ma si riflette anche sulla condizione delle donne dell’epoca, raramente tutelate e ancora meno felici. Eppure il riscatto e la libertà sono possibili.

Molti sono gli elementi che rendono impossibile non rimanere incantati dalla visione di questo film: l’emozionante lotta e il sostegno reciproco delle protagoniste; la dolcezza con la quale prende corpo una storia d’amore che nulla ha di espresso a parole; l’accogliente e raccolta calma regalata dal bosco, sempre benevolo e protettivo. Il film si rivela cosí, sotto i vari aspetti della scneografia, della fotografia e della delineazione dei personaggi (talvolta caricaturizzati, ma sempre umani), uno squisito prodotto in tipico stile (e che stile!) giapponese.

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