Lo scandaloso cinema: Pedro Almodóvar, gli esordi e la visone più matura

Il regista spagnolo Pedro Almodóvar rimane da decenni il regista di bandiera della cinematografica iberica. Rompendo tantissimi tabù attraverso le immagini inconfondibili delle sue storie è protagonista di una parabola ascendente che lo ha impresso nella memoria collettiva in maniera indelebile. Grazie alle sue attrici, al suo palmares di personaggi sempre simili e mai uguali ha raccontato l’amore, le donne, la violenza fatta per amore, con un taglio tale da rendere l’anima dei suoi lavori sempre attuale.

Negli anni ottanta dichiaratosi apertamente omosessuale e ateo sanciva con certezza lo scandalo. Nella Spagna segnata da percorsi politici e sociali a tratti soppressivi, la presa di posizione che assunse Almodóvar lo portò da subito a designarsi come personaggio controverso. Icona di una certa tipologia di cinematografia che avrebbe rapidamente preso piede in Spagna sino a consacrarlo nel mondo, il giovane regista dichiarò sin da subito la completa rinuncia ai compromessi.

Nato in una Spagna costellata di aree rurali e povere, il piccolo Pedro trascorre la prima infanzia nella regione di Castilla- La Mancha, a sud di Madrid. Trasferitosi poi in Estremadura vive l’educazione scolastica nelle istituzioni religiose salesiane, periodo che per alcuni tratti emerge prepotentemente nel suo lavoro cinematografico del periodo più maturo. A diversi anni di distanza le impressioni che segnano pellicole diverse, prime fa tutti La mala educaciòn (2004) sono confermate dal regista; fattore di grande influenza nella sua formazione anti-religiosa sono stati alcuni abusi ai quali ha assistito ancora bambino, proprio nelle strutture salesiane. Un’esperienza che segna inevitabilmente e nel profondo il piccolo Pedro, e che elabora anche grazie alla “messa in scena” cinematografica. Con una caratteristica riconoscibile nella sua opera filmica, il regista sviscera senza remore emozioni e sentimenti spesso considerati al di là del “politically correct”, addentrandosi in un terreno fatto di angoscia e sofferenza, ma anche di profonda comprensione.

L’irrequietezza che lo contraddistingue sin dal principio lo muove poi verso la capitale per consacrare la sua principale inclinazione. È ancora adolescente quando a Madrid inizia a seguire le lezioni della Escuela Nacional de Cinema. Tutta la poliedricità del giovane Pedro si manifesta in diverse espressioni artistiche: la predilezione per il cinema si accompagna al forte interesse per il teatro, per il quale Pedro entra anche nel gruppo “Los Goliardos”, ma anche per le arti grafiche. Pubblica negli anni dell’adolescenza e della prima giovinezza fumetti e raccolte che vengono pubblicate anche in alcune riviste specializzate. La sua forte propensione all’arte si accompagnano a grandi sforzi per incanalare la sua crescita in un percorso formativo. Data l’estrazione sociale della famiglia non dispone del supporto economico necessario e l’unica soluzione risulta un lavoro di ripiego: per diversi anni Pedro timbra il cartellino a “Telefonica”: l’azienda nazionale di telefonia spagnola. Ma una volta smessi i panni di impiegato, alimenta continuamente la sua passione: con i risparmi delle prime mensilità acquista un super8, e si apre al mondo del cinema. Grazie alla collaborazione di alcuni amici imprime sulla cellulosa le prime impressioni, germogli di quello che sarebbe stato un personalissimo marchio riconosciuto nel mondo.

 

Il primo cortometraggio prende forma nel 1978, seguito a ruota da un secondo lavoro: dopo Folle, folle…folleme Tim! Almodóvar gira il cortometraggio drammatico Salomè. Solo due anni dopo i lavoro divengono più dilatati, trasformandosi in lungometraggi: nel 1980 esce Pepi, Lucy, Bom y las otras chicas del monton. Lo stile di Pedro, che si affinerà nel tempo, prende definitivamente forma con le tematiche presentate in questo lavoro: senza remore il regista decide di affrontare il sesso come argomento da consacrare e indagare liberamente. Con una spiccata tendenza all’esagerazione si pone di fronte a quegli argomenti che sono ad oggi ancora tabù, e che ancora di più andavano evitati (secondo la maggioranza) negli anni ’80. L’amore non solo romantico, ma passionale, ecco il tocco di Almodóvar: nelle pellicole iniziali, e in maniera più tenue nelle ultime consacratissime opere, trasuda tutta la sensualità e la sessualità della storia, dei personaggi. Con una grandissima passionalità che fa parte dell’essere Pedro l’amore viene esplorato e raccontato in tutte le forme, sino alle vette più viscerali dei rapporti. In quest’ottica non importa di che amore si parli: tra uomo e donna, ma anche tra donna e donna o tra due uomini, l’amore è amore. Paladino della libertà individuale, i filtri di analisi nelle sue pellicole spaziano da drammaticità quakika-pedro-almodovar-1108x0-c-defaultsi insopportabili per la profonda angoscia trasmessa, a ironie magistralmente costruite. Già di una decade successiva, Kika (1993) , riesce a far ridere e sorridere nonostante l’orribile azione dei protagonisti. Nei suoi lavori, da Legami (1990) a Mujeres al borde de un ataque de nervios (1988) c’è un attraversamento trasversale dell’immagine femminile, non solo come donna in carne ed ossa, ma anche come identità propriamente femminile. Ipotizziamo forse un atto di analisi delle figure femminili al fianco di una scoperta della propria parte maggiormente caratterizzata dalla femminilità. Le donne di Pedro non sono mai però semplici bamboline. La stessa Kika, per citare una pellicola tra le più famose, nasconde sotto l’apparenza sempliciotta una forza prorompente. Non sono mai donne tranquille ad animare le sue storie, ma spesso portate a fronteggiare traumi e ostacoli che parrebbero insormontabili. E invece se la cavano, con qualche ferita invisibile, ma facilmente intuibile, prendono di petto il mondo. Basti pensare alla Penelope Cruz che si cala in Volver (2006), ad affrontare un ricordo doloroso, un marito violento, e una figlia che come donna si trova già da giovane a patire. In tutti i personaggi femminili si può rintracciare, senza troppo grattare la superficie, un’ammirazione per l’anima combattente dei personaggi, che diventano per noi estremamente intimi. Una delle maggiori abilità di Almodóvar si delinea nello scartare ogni ostacolo sino al raggiungimento dell’intimità massima con i suoi personaggi, ai quali possiamo toccare direttamente l’anima. Sono proprio le sue donne a valergli numerosi riconoscimenti: dagli Oscar per Todo sobre mi madre, hable con Ella ai Golden Globe per Los abazos rotos, La piel que habito e ancora prima per Volver, passando per Palme d’Oro, premi Goya, David di Donatello, Bafta e davvero molti altri.

Per decenni nelle sue storie lo spettatore si ritrova a fare i conti con le storie più assurde, più tremende, sempre condite però di un pizzico di ironia. Sembra quasi che a questa vita così difficile Pedro un po’ rida in faccia, sfidando come le sue protagoniste gli ostacoli più assurdi. Verso le ultime pellicole proposte però, Almodóvar sembra cambiare assetto. Dopo decine di film caratterizzati da un marchio inconfondibile, capace di renderlo uno dei maggiori registi spagnoli, icona anche all’estero, è con La piel que habito (2011) che ci lascia spaesati. I personaggi sono sempre tragici, ma cambia l’approccio, meno scanzonato e con una fotografia più fredda e pulita. Abbandonando l’approccio precedente ci inseriamo nella storia e nelle viscere dei personaggi quasi nella fredda maniera chirurgica: asettici, con guanti e mascherina, non siamo avvolti da colori e sensazioni tipiche della sua regia. Forse si può pensare che questa prova sia una sorta di verifica, dopo tanti anni nei quali il suo approccio è stato il medesimo. Un brusco cambio di rotta per sperimentare nuovi linguaggi narrabroken_embraces_pedro_almodovar_a_ltivi e confermare che sì, il grande regista può usare tanti toni diversi. E per alleggerirci arriva poi con la commedia pù’ leggera del suo repertorio, ambientata su un aereo impazzito, dove i suoi attori muse si vestono di risate, leggerezza e tirano all’estremo l’immagine ironica dell’omosessuale. Los amantes pasajeros (2013) ci fa scrollare di dosso la pesantezza e l’amarezza, e ci fa ridere, di gusto, e stupire di questo approccio. L’ultimo nato, Julieta (2016), ristabilisce un po’ i toni e gli umori, trovando una via di mezzo tra gli ultimi esperimenti di stile eseguiti: ritornano i personaggi femminili forti e tormentati, ma più patinati, e con un approccio meno viscerale, seppur molto lontano da La piel que habito. Si sente un po’ la mancanza del travolgimento di emozioni che tanto ha caratterizzato il giovane e ribelle Pedro, lasciando il giudizio in bilico, seppur sempre tendente al positivo.

 

La nuova sperimentazione stilistica va poi di pari passo all’attività di produzione esterna, quasi stagliando una figura di saggio mentore su quella del maturo regista. Almodóvar individua nuove pellicole, prodotte con la sua El deseo, nelle quali è possibile rintracciare un barlume di genialità che forse Pedro ha scelto come allievi ed eredi. Non resta che attendere le nuove pellicole e indovinare il nuovo esercizio di stile.

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