Loving Vincent (2017) di D. Kobiela e H. Welchman

La vita del grande e tormentato Vincent Van Gogh, o per meglio dire la sua ultima parte, raccontata dalle testimonianze di chi lo ha conosciuto e rappresentata attraverso le opere e gli occhi dello stesso artista.

Dopo il suicidio di Van Gogh, il giovane Armand Roulin, figlio dell’amico postino più volte ritratto dal pittore, viene incaricato di consegnare una lettera al medico che lo aveva in cura nel paesino francese di Arles. Con la scusa dell’incarico, Armand comincia a ripercorrere gli ultimi anni di vita di Van Gogh, aiutato in questo da tutti coloro che sono stati a fianco dell’artista. Ognuno ha una versione differente della vicenda, ognuno una differente opinione su Vincent. Nel corso delle indagini, nella mente del ragazzo si fa sempre più forte il dubbio che ciò che all’apparenza sembrava il semplice gesto di un disperato, non sia in realtà un caso di omicidio. Ciò che ha inizio quindi come un racconto di viaggio si trasforma presto in un giallo a tutti gli effetti.

Stanca della mancanza di audacia nei recenti progetti cinematografici, la regista  polacca Dorota Kobiela aveva deciso di intraprendere una strada mai tentata prima, ossia la versione animata di un’opera pittorica. Nonostante la mole di lavoro e spesa che avrebbe comportato un simile progetto, Dorota non si è arresa e ha completato la stesura della sceneggiatura di Loving Vincent.

Ottenuti infine i fondi da BreakThru Films, dal Polish Film Institute e anche grazie ad una campagna su Kickstarter per un budget totale di oltre 5 milioni di dollari, oltre al patrocinio del Van Gogh Museum di Amstedam, la Kobiela ha infine potuto dare il via al massiccio progetto e assieme a Hugh Welchman ha diretto questo tuffo in un sogno ad occhi aperti della durata di 90 minuti circa. L’opera, girata con la tecnica del rotoscope, è stata creata grazie all’estenuante lavoro di più di 120 artisti, che hanno portato a termine circa 65.000 tele. Il film è infatti il primo esperimento cinematografico di opera interamente dipinta su tela.

Sei anni di lavorazione per portare a termine questo ambizioso capolavoro di arte cinematografico-pittorica che è al contempo un tuffo nel passato, in una galleria d’arte e nelle memorie di un pittore che fino ad ora era stato unicamente considerato come artista, folle e geniale. Ma mai come essere umano. L’uso delle soggettive e la storia ci avvicinano infatti di più all’uomo Van Gogh, che ci appare così come solo e umanamente incompreso: non c’è nulla di geniale o straordinario in tutto ciò, solo una profonda umanità, con la quale lo spettatore non può che provare simpatia.

Sin dalle prime immagini del film, lo spettatore viene immerso in questo quadro in movimento, come in un sogno che sa di tempera e spighe di grano. Un sogno malinconico e condiviso, come uno strascico dei ricordi dello stesso Van Gogh. Non è un caso il frequente uso delle soggettive, nonché dei movimenti inquieti delle tele. Movimenti che sucitano le stesse inquietudini delle quali poteva essere preda il pittore e che traspaiono dalle sue opere. Chi ha familiarità con le opere di Van Gogh, può infatti notare come le pennellate dell’artista siano talmente vigorose da dare un effettivo movimento alle tele, rendendo così assolutamente naturale il passaggio di queste alla forma animata.

Tutto il materiale di base è stato fornito dallo stesso Van Gogh: i personaggi, tutti protagonisti dei suoi quadri; la storia, già drammatica di per sè senza necessità di romanzarla troppo; le ambientazioni, trafugate a piene mani dai suoi celebri paesaggi campestri; infine, parte della stessa sceneggiatura, che ha preso in prestito citazioni dalle sue lettere, specialmente al fratello Theodor. Agli autori della pellicola è toccato “solo” il compito di rimescolare le carte e creare una storia da un punto di vista diverso, come in un gioco.

Interessante poi il gioco di opinioni sulla morte di Vincent, da una parte funzionale alla struttura del giallo, ma anche utile per dimostrare come possano differire i punti di vista o come appaiano gli eventi ad un giudizio superficiale ed affrettato. Tutti dicevano di conoscere Vincent, ma solo in maniera frammentaria. Come se ognuno di essi avesse colto una sua sfaccettatura, un tratto di colore con il quale, assieme agli altri, comporre la tela.

Le tele sono state quasi tutte vendute, mentre quelle rimaste (circa 120) sono state raccolte ed esposte al Noord Brabants Museum di Den Bosch (Paesi Bassi) per una mostra speciale in corso fino al 28 gennaio 2018.

In Italia è giunto come proiezione-evento il 16-17-18 ottobre, ma visti i risultati di vendita ed affluenza nelle sale, si è deciso per un’ulteriore proiezione speciale il 20 novembre. Vi invitiamo a non lasciarvi sfuggire quest’occasione per (ri)scoprire quest’opera commovente ed affascinante, come un’immersione nella più profonda delle emozioni: l’amore per l’arte e la vita. Nulla che possa essere goduto allo stesso modo fuori dalla sala cinematografica.

Fra B.

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