“L’ufficiale e la spia” (tit.or. “J’Accuse” 2019) di Roman Polanski

Alfred Dreyfus (Louis Garrel) è un giovane militare di origine ebrea accusato ingiustamente di alto tradimento come spia dei Tedeschi. Siamo nel gennaio del 1885 e, nel cortile dell’École Militaire di Parigi, l’ufficiale dell’esercito francese Georges Picquart (Jean Dujardin) assiste alla condanna all’esilio di Dreyfus nella remota Isola del Diavolo, dove il giovane cercherà di sopravvivere ai tormenti inviando missive alla moglie e al figlioletto.

Qualche tempo dopo, l’ufficiale Picquart viene posto capo dell’unità di controspionaggio militare. Uomo dotato d’indole curiosa e scrupolosa, durante il proprio incarico si rende conto che, nonostante Dreyfus si trovi ancora in esilio, le informazioni segrete francesi giungono ugualmente alle orecchie tedesche. Nella mente dell’ufficiale comincia ad insinuarsi quindi il dubbio, che poco a poco si trasforma in convinzione, che il giovane collega è stato accusato ingiustamente e che la spia è ancora tra loro. Assetato di giustizia e verità, Picquart inizia a indagare, scontrandosi per anni con il proprio Paese e con il rischio di compromettere la sua stessa carica militare, mentre Dreyfus vive l’umiliazione della prigionia e viene sottoposto a processi farsa che non mutano la sua situazione.

“L’ufficiale e la spia”, o meglio “J’Accuse” , come avremmo preferito che lo chiamassero anche in italiano, è stato uno dei film più chiacchierati e acclamati all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.

Nato dalla seconda collaborazione tra lo scrittore Robert “Hannibal” Harris e Polanski dopo “L’uomo nell’ombra”, si tratta di un thriller d’epoca incentrato sul famoso caso di cronaca conosciuto come “L’affare Dreyfus”, uno dei più grandi scandali giudiziari del XX secolo che per anni ha diviso la Francia tra colpevolisti e innocentisti. Tra questi ultimi, lo scrittore Émile Zola, che prese le difese del giovane capitano ebreo in una celebre lettera, pubblicata sull’Aurore e intitolata per l’appunto“J’Accuse”, dove rimproverava la Terza Repubblica francese di antisemitismo, falsa testimonianza e insabbiamento di fatti.

Pur fornito di un impianto classico, il film presenta uno sviluppo dei personaggi decisamente moderno: Dreyfus ci risulta infatti come un personaggio estremamente antipatico, pur essendo la vittima innocente di una spregevole situazione; invece Pickard, pur essendo uno uomo giusto e simpatico, non è propriamente un uomo per bene. Eppure, pur non stimando Dreyfus, metterà a repentaglio la propria vita e la propria carica per rendergli giustizia.

Dal confronto di questi due personaggi emerge la morale del film: questo è infatti un omaggio alla verità e alla giustizia ed un inno a perseguirle, in ogni circostanza. Potentissima in questo senso è la lettera (“J’Accuse”) di Émile Zola che dà il titolo originale e non può che colpire al cuore lo spettatore.

 

Conoscendo le traversie giuridiche in cui è invischiato Roman Polanski dal 1977 (ma tornate ultimamente in prima pagina con il movimento #METOO), parlare delle sue opere è diventato alquanto spinoso: molti sostengono che per giudicare un’opera si debba separare l’uomo dall’artista, ma “J’accuse” è la riprova dell’impossibilità di tale approccio. In questo film, Polanski tratta infatti temi a lui cari, quali l’antisemitismo, il sistema giudiziario e la stampa, rendendoci impossibile non domandarci se e fino a che punto stia raccontando di sé.

 

Maria Parisi e Francesca Boi

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