Martin Eden di Pietro Marcello

Martin Eden è uno dei pochi titoli italiani che ci ricorderemo della Mostra del cinema di quest’anno, non tanto perché sia un film particolarmente bello o riuscito (anzi!), quanto più che altro per la propria ambizione, che in generale spesso latita nel nostro panorama cinematografico:

Dopo aver salvato da un pestaggio Arturo, giovane rampollo della borghesia industriale, il marinaio Martin Eden viene ricevuto nella casa della famiglia del ragazzo. Qui conosce Elena, la bella sorella di Arturo, di cui si innamora al primo sguardo. La giovane donna, colta e raffinata, diventa non solo un’ossessione amorosa ma il simbolo dello status sociale cui Martin aspira a elevarsi. A costo di enormi fatiche e affrontando gli ostacoli della propria umile origine, Martin insegue il sogno di diventare scrittore e – influenzato dal vecchio intellettuale Russ Brissenden – si avvicina ai circoli socialisti, entrando per questo in conflitto con Elena e il suo mondo borghese.

Tratto dal noto romanzo di Jack London, il film ne segue la trama abbastanza pedissequamente, spostando l’ambientazione a Napoli (invece che San Francisco), pur mantenendo alcuni nomi inglesi, in un’epoca imprecisata (anni ’70? ’30? ’50?…). Come il romanzo i temi forti e cari al suo autore sono il socialismo, l’istruzione, la lotta di classe, l’anticapitalismo, ma anche anti comunismo e soprattutto l’individualismo, Martin è infatti una sorta di eroe nicciano (un po’ mal digerito) che cresce e si forma in un ambiente avverso, dove il suo amore per la scrittura e per Elena (una sorta femme fatale che consuma l’eroe) gli si rivolta contro. Come se non ci fossero già abbastanza temi a galla il regista Pietro Marcello condisce il tutto con tantissimo materiale di repertorio, a volte reale, altre surreale, che spezza di continuo la narrazione rendendo sempre pericolante il ritmo narrativo che latita soprattutto nella prima parte. Tantissime suggestioni quindi, ma mai approfondite e legate a dovere, con il risultato finale che il film si presenta come un pastiche spesso molto fastidioso, che ha il merito però di essere coraggiosamente originale e il demerito di essere sorretto da un cast di livelli tra loro troppo diversi: da una parte un bravissimo Luca Marinelli (premiato con la Coppa Volpi), che fa crescere il suo personaggio la cui parlantina si evolve mano a mano che il personaggio cambia, grazie prima all’istruzione, poi alla poesia, poi all’ideologia e infine la follia, come lo sguardo prima intelligente e curioso, poi sicuro di sé, infine folle e vacuo, dall’altra una pessima Jessica Cressy (Elena), su cui la telecamera si sofferma in lunghi e interminabili primi piani, che ci riporta dritti dritti ai peggiori sceneggiati rai, appiattendo un personaggio, che pur essendo frivolo e cinico, avrebbe dovuto essere centrale e semmai per contrasto esaltare le qualità dell’eroe, tanto da condurlo all’autodistruzione.

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