“Mate-me por favor”, ovvero il fascino della morte

Mate-me por favor (Anita Rocha da Silveira)

Bia vive con il fratello, apparentemente fannullone e represso, in un quartiere bene di Rio. La routine della protagonista e delle sue amiche di scuola viene smossa da una serie di di delitti in cui le vittime, coetanee delle ragazze, vengono brutalmente massacrate.

In un mondo in cui sembrano non esistere gli adulti (questi non entrano infatti mai in scena), i protagonisti incontrastati di questa pellicola sono i ragazzi. In una sorta di autogestione inevitabile poiché abbandonati a loro stessi, essi emulano un’immagine distorta del mondo dei grandi, sperimentando all’eccesso ciò che di più eccitante può esserci per gli adolescenti: il sesso e il pericolo.
Ed ecco che, soprattutto per Bia, comincia un gioco di sfida e caccia verso questo senso del rischio, sempre più attraente man mano che il numero di vittime aumenta. L’eccitazione incalza, e con essa un climax sempre più pericoloso e inquietante per lo spettatore, che sa cosa potrebbe succedere ma non può fare nient’altro che stare incollato alla poltrona e continuare a seguire la protagonista mentre è in procinto di gettarsi tra le fiamme di un incendio, tra l’incoscienza e l’inconsapevolezza (tipica degli adolescenti) che si brucerà. Dopotutto, dice Bia, “La vita è sangue”. L’acme viene tuttavia smorzato dall’introduzione qua e là di alcuni elementi di irrazionale e visionaria superstizione, così cari al cinema sudamericano.

Da segnalare la bravura delle protagoniste, giovanissime ma pronte a darsi al pubblico anche nel mostrare alcuni piccoli e ridicoli “drammi” quotidiani degli adolescenti nel mondo della scuola.

Fra B.}

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