Nico 1988 (2017) di Susanna Nicchiarelli

Nico nel 1988 non era più la modella bionda che, introdotta nella Factory di Warhol, era diventata famosa per le sue collaborazioni con i Velvet Underground negli anni Sessanta. Di quel passato si accenna a malapena. Nei primi minuti del film, in un’intervista radiofonica il cui sempre più imbarazzato speaker incalza con domande riferite al passato di donna bellissima, di biondina pura, di femme fatale (non a caso uno dei titoli dell’album The Velvet Underground & Nico), la cantante risponde che sì, effettivamente era un periodo in cui giravano molte droghe pesanti.

Invece, la Nico del 1986-88 (i suoi ultimi tre anni di vita, rappresentati nella pellicola) non voleva neppure essere più chiamata così. Lei era Christa, una donna che portava addosso il peso di quel passato, tentando di scrollarselo di dosso, con forza e rabbia. Era una donna che, consapevole di non essere più il sogno del passato (fu molto criticata dallo stesso Warhol), era decisa a sradicarlo, cambiando la sua immagine a partire dai quei bei capelli biondi tinti di castano scuro.

Questa nuova immagine si addiceva di più al suo animo, tormentato dalla ricerca di quel suono di bombe riversate su una Berlino distrutta e piegata durante la guerra. Ricordo della sua infanzia, era un suono greve, lo stesso che accompagna le sue canzoni, disperate e stupende. Immergersi nella musica e nel testo di quelle canzoni, di un genere all’epoca sconosciuto ma che può essere considerato l’antesignano del grunge e del gothic rock, è come un sogno febbricitante: profondo e spaventoso, ma intenso ed espiatorio.

A queste canzoni viene data nuova luce soprattutto grazie alla grandissima interpretazione di Trine Dyrholm, attrice Danese dal breve passato di cantante come ammesso da lei stessa (*). Trine è semplicemente perfetta nell’immersione in un personaggio di tale peso, dalla sua voce cavernosa al suo sguardo sfuggente, ma in rari momenti deciso e tagliente. Con la Nicchiarelli hanno deciso di non imitare Nico e il suo modo di cantare, ma piuttosto di riarrangiare le sue canzoni come fosse un tributo (CIAK di dicembre 2017).

Il passato che Christa non riesce a cancellare è fatto anche delle molte relazioni amorose attribuitele, una delle quali ha portato alla nascita del figlio Ari (mai riconosciuto figlio di Alain Delon e interpretato dal bellissimo attore francese Sandor Funtek). Eppure anche di questo si accenna appena nel film: l’unico uomo nella vita passata di Christa al quale si lascia spazio è Jim Morrison, l’unico che abbia spronato la cantante a mettere per iscritto il suo animo. E quando lo fa, non può che conquistare tutti, come si vede nell’emblematica scena del concerto in Cecoslovacchia.

Perché lei è come tutti, una persona che ha sofferto e, per quanto cerchi di andare avanti, viene sempre riportata indietro a quel passato doloroso. Dai ricordi d’infanzia; dalle domande dei giornalisti; dall’incomprensione della sua musica da parte di molti all’epoca; dagli occhi di suo figlio. E’ una persona che ha tanto amore, ma che è incapace di darlo, come dice la stessa Nicchiarelli (*).

Con questo efficace ritratto di Christa/ex Nico, noi ci sentiamo tutti più vicini a questa figura, troppo avanti sui tempi e troppo incompresa, come spesso accade. Ma quanto coraggio ci vuole ad esporsi agli altri e rimanerne spesso feriti? Lei lo ha fatto e oggi, a 30 anni di distanza dalla sua scomparsa, questo ritratto è il primo che le renda finalmente giustizia.

Fra B.

(*) Q&A session presso l’IFFR 2018, 29 gennaio 2018

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