Non preoccupatevi, “È solo la fine del mondo”

“Darai una delle tue solite risposte di tre parole. Ma a loro non basterà”

È solo la fine del mondo ha tutti i presupposti per disegnare l’ideale precipizio umano e familiare che indica l’opposto di quello che dichiara. Dalla sala non si può che uscire un poco turbati, scossi dalla storia. La vicenda sapientemente confezionata da Xavier Dolan attraversa lo spettatore lasciando detriti di inquietudine non ben definita.

La pellicola è uscita nelle sale poco prima delle festività natalizie, momento nel quale le famiglie volenti o nolenti si ritrovano a raccogliersi. Una persona mi ha detto: “La sinossi ideale di un film si scrive su un pacchetto di sigarette. In questo caso sarebbe così: una scrittore torna a casa dalla famiglia dopo 12 anni di assenza”. Ciò che in potenza si può sviluppare da questa frase è un ventaglio di possibilità. Il mondo che apre Dolan è spettacolare e spaventoso allo stesso tempo.

Louis, scrittore e giornalista francese, decide di fare ritorno alla casa materna dopo oltre un decennio di assenza. A spingerlo, la notizia di un problema di salute che gli lascia poco tempo da vivere. Di quello che gli rimane, decide di investire una giornata per un pranzo in famiglia. Seguiamo la sua partenza, il viaggio in aereo e poi in taxi alla riscoperta di luoghi per lui lontani. Già da questi primi fotogrammi qualcosa stride, capiamo che i ricordi non sono per forza piacevoli. Perchè Louis se n’è andato 12 anni fa, senza voler più fare ritorno? Se vi fate questa domanda, non la lascerete per tutta la durata della pellicola. Almeno. Le riprese di Dolan ci fanno entrare in una casa di classe media di un’anonima cittadina francese. Nel salotto buio, nello scantinato polveroso, nell’ingresso ormai passato di moda. E ci fa incontrare i personaggi che popolano quella casa. Forse iniziamo a dare una risposta a quella pungente domanda. Le battute, accentuate dal tagliente francese originale, tradiscono tensione, ansia. Un continuo camminare sull’orlo di un baratro, sul confine che divide l’ora e la fine del mondo. La madre, che nasconde la frustrazione sotto il cerone, il sorriso tirato e le sontuose portate, cerca di mantenere a galla la giornata a suon di ricordi d’infanzia. A fianco della matrona la ribelle sorella, lasciata da Louis quando era poco più di una bambina; alle prese con la dipendenza e la volontà di emanciparsi dalla madre, si rifugia in frequenti viaggi a base di spinelli. Forse la più diretta dei personaggi, cerca di spiegarsi al fratello. Ma l’equilibrio precario è continuamente messo alla prova dal fratello maggiore del protagonista. Schiacciato da una vita di doveri è insopportabile, aggressivo, antipatico; scarica verbalmente la sua rabbia repressa sulla moglie. Insicura e via via sempre più insidiosa, risulta in realtà l’apripista Antoine. Antoine vorrebbe parlare col fratello Louis, ma non riesce. Anche quando cerca di avvicinarglisi non fa che peggiorare le cose, rafforzando la profonda tensione che arriva al culmine nella frattura finale. La breve visita termina bruscamente, senza esiti, lasciando il protagonista solo con se stesso e con il suo segreto.

La scelta del regista, come si è già dimostrato un grande director con Mommy (2014), non fa che renderci sempre più vicini alla storia. Forse troppo, al punto che ne vorremmo uscire. Ci sentiamo in quel salotto, in quell’afa asfissiante, quasi in pericolo per la tensione che si crea. Dolan riesce a fare dell’opera teatrale “È solo la fine del mondo” una trasposizione eccellente. Merito sicuramente anche di un cast d’eccezione, che comprendeva tra gli altri Vincent Cassel, Lea Seydoux, Marion Cotillard. La dimostrazione è anche nel riconoscimento ricevuto agli Oscar di quest’anno, dove ha ricevuto il Gran Prix della Giuria, il Premio della Giuria Ecumenica e la candidatura per la Palma d’oro.

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