Oscars 2016 – Quel che resta della sera…

Dopo un’apparentemente interminabile nottata a vedere e commentare la diretta della cerimonia degli Oscar, la premiazione delle pellicole più prestigiosa ed attesa dell’anno, eccoci qui a mente fredda a ripensare ai momenti veramente significativi della serata, nonché a condividere con voi le nostre considerazioni.

In generale è stata una cerimonia sottotono: neppure i simpatici siparietti dell’orso che dalla piccionaia tifava per il suo “co-protagonista” DiCaprio, né gli scambi di battute fra Gosling e Crowe o le altre coppie che hanno introdotto i vincitori sono state tra i momenti più svavillanti. Sarà che le battute sarebbero dovute essere scritte da Chris Rock, non al meglio della forma, forse amareggiato dalle polemiche scatenate contro gli Oscar ancora una volta “total white”.

Certo, ogni volta che ne aveva l’occasione diceva la sua sull’argomento, coadiuvato da alcuni straordinari colleghi e attori nella rielaborazione parodica (e “meno pallida”) di alcune delle pellicole in gara. Altre volte il tono di Rock assumeva nuances più gravi, probabilmente per far sentire la sua vicinanza e il suo supporto verso la comunità, nonostante la delicata posizione nella quale il presentatore si trovava.

Da parte nostra possiamo dire che i tentativi di ammorbidire la polemica non sono mancati: nelle costanti riprese del direttore d’orchestra per quella serata; oppure nelle coppie di artisti che presentavano le categorie, dei quali quasi sempre almeno un componente era di colore, non importa se Latino, Afroamericano o appartenente a qualunque altra minoranza etnica. Praticamente impossibile inoltre non eleggere come ultimo presentatore della categoria più importante (Miglior Film) l’immenso (e nerissimo) Morgan Freeman! Per dire, lui era Dio. Noi quotiamo in pieno.

Altre sferzate sono giunte nel posizionamento ad hoc del discorso di ringraziamento all’Academy di Spike Lee, che pochi mesi fa è stato insignito dell’Oscar onorario assieme alle fantastiche Gena Rowlands e Debbie Reynolds.

Meno male che a porre l’ultima saggia parola è stata proprio la presidente dell’Academy Cheryl Boone Isaacs, che ha ricordato che per cambiare le cose non basta indignarsi ed essere d’accordo o in disaccordo con le istituzioni, ma bisogna agire. Chi ha orecchie per intendere…

Accantoniamo ora le polemiche e parliamo dei momenti forse non tra i più significativi, ma di certo più commoventi della cerimonia. Tra questi possiamo annoverare l’intensa esibizione di Lady Gaga e la reazione che ha suscitato nel pubblico (soprattutto nelle donne) col suo brano “‘Til it happens to you”, già vincitore ai Golden Globe e nominato per l’Oscar (senza però vincerlo, poiché la statuetta è andata invece a Sam Smith per “Writing’s on the wall” per il film Spectre). Altro momento di forte partecipazione, soprattutto da parte di noi connazionali, è stata l’assegnazione del premio Oscar all’instancabile Morricone, che come un ragazzino ha ringraziato l’Academy con voce rotta dall’emozione.

Come non menzionare ora l’incredibile seconda vittoria consecutiva per Iñárritu, terzo regista ad aver ricevuto tale onore (gli altri due furono John Ford e Joseph L. Mankiewicz) , nonché il terzo Messicano di seguito ad aver vinto la prestigiosa statuetta per la regia (nel 2014 fu Alfonso Cuarón con Gravity)!

La collaborazione con Iñárritu ha portato bene anche alla sua spalla Emmanuel Lubezki, fedele direttore della fotografia alla sua terza vittoria consecutiva dopo Gravity e Birdman.

Parlando della fortuna che Iñárritu e le sue pellicole stanno distribuendo, non possiamo non notare l’incredibile riascesa di Michael Keaton, che sta dopo anni di silenzio è stato protagonista (anche premiato, l’anno scorso, sempre per Birdman) delle pellicole vincitrici dell’Oscar come Miglior Film.

Per quanto riguarda le altre categorie, è quasi da record il numero di statuette arraffate da Mad Max: Fury Road. La pellicola è riuscita ad ottenere il riconoscimento anche per i migliori costumi, facendo sì che la grande Sandy Powell, in gara per la metà delle candidature, si sia incredibilmente vista soffiare la statuetta dalla collega Jenny Beavan. Ad ogni modo siamo rimaste colpite dalla purezza della gratitudine verso il regista George Miller da parte chi ha ritirato i premi, riportandoci alla mente le premiazioni dello scorso anno, dove successe qualcosa di simile per Gran Budapest Hotel di Wes Anderson.

Un’ulteriore menzione speciale riteniamo di doverla fare a chi ha curato la regia di quest’edizione degli Oscar, poiché alcune innovazioni introdotte quest’anno (come le “didascalie” con nome e nominations ricevute sotto gli artisti che presentavano le categorie, oppure i ringraziamenti dei vincitori delle statuette che scorrevano in sovraimpressione mentre questi andavano a ritirare il premio) sono state di piacevole sorpresa. Tra queste citiamo la presentazione delle nominations per la migliore seneggiatura, in cui si aveva la sovrapposizione di una pagina dello script e della scena del film che lì vi era descritta; apprezziamo inoltre l’aver saputo fare un saggio uso della Computer Graphic facendo presentare i film di animazione ai Minions, personaggi protagonisti dell’omonimo spin-off di Cattivissimo Me, nonché da Woody e Buzz(!), indimenticabili eroi della fortunata saga Toy Story.

Alla fine siamo comunque molto contente e soddisfatte per come sono state distribuite le premiazioni: chi meritava da tempo di vincere (non c’è bisogno di nominarli!) ha raggiunto il traguardo e, anzi, forse questi Oscar saranno ricordati più per i premi finalmente giunti dopo lungo attendere (la premiazione del migliore attore è stato il momento di gran lunga più atteso e chiacchierato); l’Academy ha premiato alcune nuove scoperte come la Vikander (The Danish Girl) e la Larson (Room), non basandosi sulla loro consolidata carriera ma sulla loro effettiva bravura interpretativa; come miglior film è stato premiato il potente ma composto Spotlight, che è giunto in punta di piedi e con un cast stellare ma “sporco” e imperfetto sfidando tanti film con budget ed effetti speciali a non finire; come avevamo pronosticato (e sperato) sono stati premiati Amy come miglior documentario, l’ungherese Son of Saul come migliore pellicola straniera (più che mertiato, benché noi tenessimo per Mustang), nonché l’ottimo Inside Out come miglior film d’animazione.

In conclusione, i riconoscimenti assegnati sono stati tra i più diversificati: dal bottino pieno razzolato dall’australiano Mad Max: Fury Road, alle non nuove vittorie dei messicani Iñárritu e Lubezki, oppure alla statuetta al nostro Morricone, l’Academy sembra aver volutamente distribuito i premi là dove non vi fosse la dicitura: “made in USA”. Persino per la prestigiosa categoria “effetti speciali”, da sempre orgoglio e retaggio statunitense, è stato insignito il britannico Ex machina, film indipendente e contenuto nei costi se paragonato ai colleghi d’oltreoceano, ma evidentemente meritevole quanto e più di questi di ricevere un simile onore. Insomma, nessuna nomination per attori di colore quest’anno, ma ciò non sembra significare che non ci sia diversità etnica all’interno della rosa di candidati (soprattutto se pensiamo che da tre anni gli Stati Uniti non riescono a riappropriarsi della statuetta per la miglior regia). Speriamo che ciò sia solo l’inizio di una maggiore apertura mentale da parte di tutta l’industria cinematografica, che porti ad una competizione già dalla prossima edizione scevra da polemiche su distinzioni in base al colore della pelle o al numero di nominations. Citando nuovamente le parole della Boone Isaacs, per ottenere un cambiamento effettivo bisogna agire. E, almeno quest’anno, abbiamo visto che lavorare sodo e con passione paga.

Vi rimandiamo inoltre alla nostra pagina Facebook per la classifica a caldo dei momenti clue della cerimonia, invitandovi ad aggiungere i vostri commenti!

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