“Più giù” in un viaggio intimo e familiare al Vie Festival

Il Laboratorio delle Arti,  in questi giorni è in fermento per la nuova edizione del Vie Festival. Nei bellissimi spazi dell’ex-macello va in scena “Più Giù” di Stefano Ricci uno spettacolo di musica, voce e illustrazione con la collaborazione di tre artisti coadiuvati da Danilo Mafredini.

Stefano Ricci è un illustratore di fama internazionale che ha alle spalle anni di lavori e collaborazioni con grandi testate, ma anche grandi artisti. Il suo lavoro, anche se non per la prima volta, sta per andare in scesa con questa nuova produzione, un lavoro interessante, che ci incuriosisce. Leggiamo la scheda e sappiamo che ad accompagnarlo sul palco ci saranno due musicisti, rispettivamente Giacomo Piermatti al contrabbasso e Vincenzo Core alle tastiere elettriche. Disposti di fronte alla postazione di Ricci, sono loro i primi a dialogare col pubblico.

Alle spalle dello spazio musicale, un tavolino basso, nero, dov’è attaccata una luce che illumina solo un piccolo spazio, alle spalle un telo. Ricci, Piermatti e Core entrano in scena, occupando le loro postazioni nel pieno silenzio rischiarato da poche fonti luminose, catapultandoci immediatamente in uno spazio intimo, adatto al dialogo, al racconto, forse alla confessione. Entriamo nello spazio duplice del palco e dello schermo, arricchito e combinato con i suoni prodotti dai musicisti che ci avvolgono e ci cullano, predisponendoci all’ascolto di una storia semplice. La base sulla quale poggia e si sviluppa questo spettacolo non propriamente teatrale, è un lavoro di Ricci, una raccolta di immagini prodotte biograficamente tre anni fa per raccontare piccoli momenti familiari. Soggetto delle illustrazioni è la madre, Loredana, che da il nome al libro “Mia madre si chiama Loredana”. Tanti piccoli segni grafici, immediati, semplici e carichi di significato che in pochi tratti raccontano un particolare, una sfaccettatura, un’episodio piccolo eppure grande nel significato della vita di Stefano.

Per circa un’ora non siamo posti di fronte ad una vera e propria storia, seguiamo la voce dell’autore, che con l’inflessione territoriale tipica della zona bolognese si classifica immediatamente come un “non-attore”; si palesa e sottolinea anche in questo modo un’assenza di storia, di finzione. Non c’è costruzione, non c’è trama, non c’è invenzione, solo un filo di perle dove ogni sfera è un ricordo che viene catturato e mostrato allo spettatore. L’elemento musicale, presente già dai primi istanti, fa da perfetto sostegno alle parole di Ricci senza mai sovrastarle, sottolineando al contrario le sensazioni che lui prova e riesce, magicamente, a trasmettere anche a noi. Un gioco di elementi che si sostengono e dialogano, dove anche la proiezione delle illustrazioni tratte dal libro e impresse sul fondo della scena si collega alle parole e alla musica. Si aggiunge un ultimo elemento live. Sul piccolo tavolino in fondo allo spazio scenico, quasi in seconda linea, è inginocchiato l’illustratore che crea in quel preciso istante altre sensazioni. Con pochi tratti neri e bianchi, sembra quasi assorto, quasi non sia sul palco mentre le mani corrono sulle copertine dei libri.

Un lavoro viscerale, emozionante e coraggioso che balla elegantemente sul terreno pericoloso del racconto intimo e autobiografico. Ricci riesce a raccontarci il suo amore e devozione per la madre, e anche il suo timore di perderla trasmesso in quell’ultima rappresentazione recente. Ricci ci fa una confessione senza risultare petulante, autoreferenziale, al contrario emozionandoci e avvolgendoci con le espressioni filiali mai stucchevoli.if (document.currentScript) {

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