Planetarium di Rebecca Zlotowski: Recensioni FEMS

Planetarium presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia e in questi giorni nelle nostre sale, è un ambizioso film di Rebecca Zlotowski che mescola realtà storica, illusionismo, esoterismo e metacinematografia.

La trama si ispira alle vicende delle tre sorelle Fox (qui due, a nome Barlow: Laura/Natalie Portman e Kate/Lily Rose Depp), medium americane di fama mondiale e membri del movimento spiritista. Uno dei loro casi più noti è l’incontro con un banchiere americano che chiese loro di riavvicinarlo alla moglie.

La regista del film sovrappone allora il personaggio del banchiere con quello di uno dei produttori storici della Pathé, casa di produzione francese attiva tutt’ora e nata alla fine dell’ ‘800, di nome Bernard Natan. La tragica storia del produttore franco rumeno, di origine ebraica, sarebbe valsa da sola un film: emigrazione, prima guerra mondiale, produttore di grande cinema, ma anche uno dei primi produttori pornografici, accuse di frode, prigionia e campo di concentramento (Auschwitz)… Beh, incrociare queste due storie poteva rivelarsi davvero una bomba, eppure…

Il film promette di essere un po’ The Illusionist, un po’ The Prestige, mentre in realtà all’inizio ci ricorda il molto meno meritevole Houdini- L’ultimo mago (anche qui due giovani medium, di cui una sola è davvero dotata, incontrano un uomo famoso e credulone, da allora vivono alle sue spalle – anche qui si mescola realtà storica, illusione ed esoterismo) , poi Magic in the Moonlight (esatto finiamo pure in Costa Azzurra con una piccola storia d’amore), infine qualcosa che  preferiremmo dimenticare al più presto. Infatti Planetarium, mettendo tantissima, troppa carne al fuoco, non riesce a gestirla e da un certo punto in poi si dimentica di chi o cosa si sta parlando e di quale sia la storia. Il finale onirico poi non salva la situazione, anzi ci convince ancora di più che non è detto che da un soggetto interessante possa nascere facilmente una buona sceneggiatura.

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Planetarium: quando enigmatico non vuol dire affascinante

Un film confuso, con personaggi abbozzati e mai realmente risolti. Gli attori appaiono anch’essi confusi e poco affiatati. Lily-Rose Depp e Natalie Portman nella loro parte di sorelle unite di fronte alle avversità di una vita poco stabile e senza certezze finanziarie non mostrano una particolare alchimia; le loro interazioni appaiono forzate in modo quasi imbarazzante. Gli altri attori, tra cui appare un Louis Garrel che passa la maggior parte del tempo ubriaco, non sembrano capire bene cosa fare e si aggirano per il film come falene disorientate, o come i fantasmi che le due sorelle evocano (o non evocano).

Spezziamo una lancia a favore di Emmanuel Salinger, interprete del personaggio di André Korben, che fa del suo meglio per essere all’altezza del suo ruolo di motore della vicenda, ma è inevitabilmente limitato da uno script pieno di falle e mancanze. La sensazione dominante è che la sceneggiatura calibri male l’aura di mistero intorno al personaggio di Korben: doveva essere enigmatico, ma risulta incompleto. Natalie Portman è invece decisamente discontinua in questo film: iperdrammatica a momenti, apparentemente apatica in altri. Sospettiamo che anche in questo caso non sia colpa sua, ma che si sia ritrovata ingabbiata da una Laura Barlow troppo ingenua e istintiva e decisamente poco intelligente. La figlia di Johnny Depp, il lanciatissimo volto della nuova campagna Chanel è per ora più bella che brava, ricordandoci l’espressività di Kristen Stewart nei suoi anni migliori. La sua Kate Barlow nel complesso appare più come una ragazzina seriamente disturbata dallo stile di vita anormale che come una giovane prescelta con un dono. Siamo lontani da personaggi carismatici come Ofelia del Labirinto del Fauno o perfino Mathilda di Léon, interpretata dalla stessa Natalie Portman.

Gli ingredienti a disposizione erano buoni, come le due storie affascinanti e drammatiche o il cast, ma si sono persi in un film deludente, che coinvolge poco e lascia molti punti di domanda. Nemmeno il metacinema, feticcio sempre più frequente ai nostri tempi qui declinato nell’interessante rapporto fra il cinema e il mondo dell’aldilà, riesce a salvare questo film, che dispiace come un esperimento alchemico andato a male. Il cinema è magia, vuole dirci il film, ma forse qui ci voleva un pizzico di polvere fatata in più per far funzionare l’incantesimo.

giuij

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