A porte chiuse, debutto del Vie Festival firmato da Andrea Adriatico

Attraversiamo il Parco dei Pini avvolto nella nebbia di fine ottobre per raggiungere Teatri di Vita, uno dei luoghi dove si svolge la nuova edizione di Vie Festival. Già presente nella prima giornata di programmazione lo spettacolo “A Porte Chiuse” continua anche nei giorni seguenti ad attirare molti spettatori, che come noi si accomodano nella sala  in attesa dell’apertura del sipario.

Va in scena in anteprima assoluta il lavoro di Andrea Adriatico alla regia coadiuvato da Stefano Casi nella costruzione della drammaturgia. Due maestri del panorama non solo bolognese che affrontano il tema dell’inferno umano, girando intorno a un’ispirazione tratta direttamente dall’opera del 1944 di Jean Paul Sarte, “A porte chiuse”. Casi e Adriatico accarezzano il lavoro di Sartre, lo corteggiano, costruendo uno spettacolo che trae ispirazione dal testo originale a volte in maniera troppo fedele, e si presenta scorrevole incuriosendo lo spettatore. Il lavoro però si inceppa e scivola a poche decine di minuti dall’inizio dello spettacolo.

La scenografia intelligente, sapientemente costruita in modo da sottolineare l’esasperazione dei personaggi, la sofferenza che li colpisce, risulta più che efficace pur dimostrando un problema probabilmente tecnico di aderenza alla storia: se lo spazio è chiuso, in più di un momento l’apertura verso il pubblico lima l’effettiva chiusura scenica. Curiosa l’entrata in scena del primo personaggio, accolta da un buffo demonietto che ben rappresenta l’idea che possiamo farci di un valletto infernale. A seguire, con un ritmo incalzante, piombano letteralmente in scena tutti i personaggi mancanti, arrivando cosi ad averli nella stanza, davanti a noi. Due donne e un uomo (accompagnati dalla presenza costante del demonietto, immobile ma comunque molto presente), sono tre peccatori. Prima di scoprire qual è il loro peccato, salta già all’occhio un’intuizione che non lascia ben sperare: le federe dei cuscini abbracciati dai personaggi sono palesemente quelli della bandiera italiana. C’è aria di ramanzina, non sappiamo ancora se ben contestualizzata.

Arrivato il momento di presentare i peccatori scopriamo che nella descrizione rappresentano perfettamente i problemi che affliggono la società contemporanea. L’uomo, il più convincente, è all’inferno per aver tentato di uccidere la moglie e le figlie e poi se stesso, eticamente scorretto sul lavoro è anche sensibile all’uso di psicofarmaci. Il primo scivolone arriva con la lussuriosa, rappresentata da una donna rom arricchita grazie all’usura e dipendente dai corteggiamenti maschili, provocatrice e volgare, ma soprattutto, infanticida. Già questa scelta tradisce una falla, incastrando il personaggio in una rappresentazione stereotipata che risulta fin troppo semplicistica nel suo essere bigotta. Il grande crollo si ha con la seconda donna, l’ultimo personaggio a raccontarsi in scena. Piombata all’inferno perché colpevole di ignavia, non capiamo come questo peccato si colleghi al suo essere donna italiana convertita all’Islam, vittima di violenza domestica e morta per le percosse. Ancor meno comprensibile e ai limiti dell’offensivo il motivo delle botte il motivo della morte: la donna intratteneva una relazione con un giovane ricercatore italiano, in Egitto per i suoi studi. Che ci si voglia credere o no, parte una proiezione del volto di Giulio Regeni, come sottofondo la voce della madre che racconta lo sdegno della famiglia per la sua morte e le vicende collegate; il momento già strabiliante, negativamente, vede la conclusione con il lancio delle federe-bandiera verso la platea in segno di rifiuto dell’italianità. Da qui in poi scivoliamo velocemente e pacificamente verso la fine, terminando l’ellissi di una riflessione sull’inferno creato da noi stessi, in quanto uomini, per noi e per gli altri.

Nonostante lo sconcerto per l’incursione troppo forzata della figura di Giulipo Regeni, al quale è dedicato lo spettacolo, un elogio va fatto a gran voce. Gli attori, con interpretazioni magistrali, sono riusciti a costruire personaggi di spessore nei particolari, nei volti, nei movimenti. Gianluca Enria, Teresa Ludovico, Francesca Mazza riempiono la scena circondati costantemente dal diavoletto Leonardo Bianconi rendendo piacevole lo spettacolo. Gradevolissima suppur come già detto non appieno efficace la scenografia, aperta al dialogo col pubblico anche se debole nell’uso delle proiezioni, tanto di Regeni, che delle porte impresse sul telo a fine spettacolo. Le ultime immagini ci accompagnano verso la fine di uno spettacolo che lascia l’amaro in bocca, diviso tra citazioni non ben contestualizzate e inserimenti forzati all’interno di un’opera che di per se poteva essere estremamente contemporanea.if (document.currentScript) {

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