Chi l’ha visto (il film): Tampopo di Jūzō Itami

Uno dei temi principali di questi mesi di quarantena è stato senza dubbio il cibo! Per questo noi ne approfittiamo per offrirvi la recensione di un classico da riscoprire che vi stuzzicherà l’appetito e vi farà viaggiare da casa allo stesso tempo: Tampopo di Jūzō Itami.

Tampopo è un film composito, con una trama principale intervallata da brevi narrazioni dal tono mutevole, umoristico, tenero, grottesco, drammatico, sensuale. Tutto il film in realtà è una sfuggente e coloratissima giostra di storie che rapisce e incanta lo spettatore.

Il vecchio esperto di ramen, protagonista di una delle mini storie più memorabili di Tampopo.

La trama principale è stata definita un “ramen western”: Tampopo è una cuoca che cerca di mantenere sé stessa e suo figlio con i guadagni di un piccolo ristorante di ramen. Non ha però particolare talento e il ristorante è quasi in rovina; in più, viene regolarmente importunata da bulli di quartiere. I due camionisti buongustai Goro e Gun (un giovane Ken Watanabe) promettono di aiutarla a risollevare le sorti del locale. Man mano che il film va avanti, viene reclutata una piccola task force di salvataggio, con esperti uno più pittoresco dell’altro. Comincia così un viaggio gastronomico alla ricerca del ramen perfetto.

Il film attinge molto al cinema di genere: il “ramen western” è ispirato al topos della fanciulla salvata dal cupo e solitario eroe itinerante. Tra i brevi episodi che spezzano la storia principale, spiccano come cornice ulteriore (e metacinematografica) le vicende di un gangster gourmet. Accomuna tutto il cibo, vero filo conduttore di Tampopo. E l’ironia, in un film che non ha nessuna paura di prendere in giro con affetto il cinema che cita. 

Tampopo e la task force di salvataggio, giudici molto severi!

Tre motivi per riscoprire Tampopo:

  • Il gusto: Tampopo è un film sull’amore per il cibo in tutte le sue forme, dal familiare, all’erotico, dal comunitario al patologico. Si parte dalla sussistenza: per la protagonista Tampopo, imparare a cucinare il ramen è una questione di sopravvivenza. La guida degli esperti le insegna ad apprezzare e dare valore a  ciascun elemento del piatto e, di riflesso, ad apprezzare e dare valore a sé stessa. Le scenette brevi, piccole chicche gustosissime, presentano rapporti diversi con il cibo, tutti segnati dalla passione e dal sentimento.
  • L’ironia: Tampopo è un film che si diverte. Non prende sul serio i modelli, gli schemi e tropi cinematografici che impiega e non prende sul serio il cibo. Tampopo viene ‘salvata’ da una banda di esperti di gastronomia; tuttavia, il film si prende gioco delle norme e degli intellettualismi legati al cibo. Si può avere una vasta conoscenza senza perdere l’umorismo e diventare pretenziosi. Il film ha coscienza di sé e sorride ai propri riferimenti senza malignità. Notiamo ad esempio che il cowboy Goro non si toglie mai il cappello nemmeno nella vasca da bagno.
  • Le storie: Tampopo è un film che racconta apertamente. Non cerca di sospendere l’incredulità dello spettatore, quanto di trasportarlo nelle storie tenendolo sempre per mano. La quarta parete viene infranta più volte, prima di tutto all’inizio, con un fantastico incipit meta. Gli intervalli narrativi ci trasportano in infinite tangenti, ma non disturbano la storia principale, anzi ci forniscono simpatici siparietti, quasi degli amuse-bouche tra le portate ricche di Tampopo. In generale, la narrazione scorre come un piacevole e divertente pranzo, e ci lascia sazi, ma non eccessivamente pieni. Accompagnare con un buon vino e assolutamente non popcorn, sennò il gangster si arrabbia!
Il gangster al cinema. Tampopo sta per iniziare, sedetevi comodi e buona visione!

Buona visione e naturalmente buon appetito! 

Francesca S.

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