ROMA di Alfonso Cuarón – La perfezione della forma

Il rumore dell’acqua con cui Cleo – Yalitza Aparicio, alla sua prima apparizione sul grande schermo – spazza il pavimento e un aereo che vi si riflette: comincia “Roma”, Leone d’oro all’ultima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Credo che la poeticità e la perizia tecnica di questa immagine, che apre e chiude la pellicola ed i rumori che l’assorbono rappresenti già tutto il meglio della pellicola: la perfezione della forma.

Il film ci mostra lo spaccato di una famiglia messicana più che benestante a cavallo tra il 1970 e il 1971. Vivono infatti a Roma, uno dei quartieri residenziali tuttora più “in” di Città del Messico.

Cleo, india di Oaxaca, è la governante della casa e la tata di quattro piccole pesti. Vediamo molto della sua vita all’interno di quelle mura, con la famiglia, con gli altri membri della servitù; tuttavia la sua vita è anche composta da giorni liberi, fuori da quel microcosmo, all’esterno dove si scontra con eventi più grandi di lei, sempre osservati dalla sua dimensione, storia e prospettiva.
Pur non essendo un film prettamente narrativo, la storia c’è ed è forte anche se ci mette un bel po’ ad ingranare. Aspettando i picchi emotivi della seconda parte, lo sguardo dello spettatore nel frattempo può perdersi, nella ricerca dei particolari, nella bellezza della luce e delle inquadrature. Tutto infatti è ricercato e perfetto, senza sbavature. Incorniciato da uno splendido bianco e nero che ricorda il neorealismo, modello a cui Alfonso Cuarón si accosta e si discosta.
Il regista, come già sapevamo , è un vero mago della cinepresa, un virtuoso e questa volta ci racconta la sua storia, quella della sua famiglia e delle donne che lo hanno formato come uomo. Forse però nella ricerca della perfezione formale (raggiunta) si è perso qualcosa. Come ha detto il critico Federico Pontiggia, alla fine Roma «è un film più bello a guardarsi» (nel senso di osservare) «che bello da vedere».

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