Storie Fantastiche: 3 Biopic imperdibili

Biopic. Film che racconta la vita di un personaggio realmente esistito, più o meno famoso, in uno stile più o meno convenzionale con particolare attenzione al percorso di crescita (e spesso di ricaduta) del personaggio in questione.

Il cinema nell’ultimo decennio o poco più sembra avere nel biopic una delle sue forme preferite, sia dai produttori che dal pubblico. E di grandi pellicole biografiche il cinema ce ne ha regalate davvero tante, anche grazie ad indimenticabili interpretazioni di attori particolarmente ispirati. Come dimenticare Will Smith nel film dedicato a Muhammad Alí, la splendida Marion Cotillard nei panni di Edith Piaf  o Morgan Freeman in quelli di Nelson Mandela nel bellissimo Invictus di Clint Eastwood, forse non un biopic vero e proprio, ma comunque il racconto di un uomo che cambia la storia di un paese.

Ci sono poi spesso, nell’industria cinematografica, particolari coincidenze ed è anche successo che nel gennaio 2015, per coincidenza, uscissero contemporaneamente nelle sale tre storie straordinarie… Si tratta di tre storie di personaggi più o meno contemporanei, tutte raccontate per la prima volta e interpretate magistralmente. Ognuno dei tre i film ha nella grandezza del personaggio protagonista il suo più grande punto di interesse. Non si tratta di opere con particolari meriti stilistici, ma sono di certo pellicole che, se vi siete persi, vale la pena recuperare…

 

THE IMITATION GAME

Regia: Morten Tyldum
Con: Benedict Cumberbatch, Keira Knightley, Mark Strong
Gran Bretagna, USA, 2014

The Imitation Game porta sul grande schermo la storia poco conosciuta di uno degli uomini che hanno davvero cambiato il nostro mondo.

La storia è quella di Alan Turing, genio matematico nonché considerato l’inventore del primo macchinario che si possa definire un calcolatore elettronico. In poche parole un computer. Ma questa non è la storia di un’invenzione, è piuttosto un film di guerra. La pellicola infatti si concentra sull’impresa compiuta dal gruppo di scienziati di Manchester, che sotto la guida di Turing decifrò il codice Enigma, principale mezzo di comunicazione nazista durante la seconda guerra mondiale.La decifrazione di questo codice permise alla guerra di finire con circa due anni di anticipo e di salvare milioni di vite. La notizia del successo nella decifrazione del codice rimase top secret per cinquant’anni, e forse per questo non è conosciuta come meriterebbe.

The Imitation Game è un film sorprendente pur nella sua messa in scena canonica e tradizionale. Pur con regista e crew internazionali, il film rispetta la tradizione del cinema britannico degli ultimi tempi e ha dalla sua tutta la forza di una sceneggiatura pressoché perfetta. Tutto fila e tutto cresce in intensità e spessore fino al drammatico finale, che stride inevitabilmente con la rassicurante confezione narrativa che la pellicola ci offre.
La regia è del Norvegese Morten Tyldum, e gli è valsa la nomination all’oscar. Benedict Cumberbatch è impeccabile nel ruolo di Alan Turing , credibile in ogni momento e sostenuto da un cast in stato di grazia. Grazie a questa interpretazione riusciamo a conoscere il grande matematico da due punti di vista diversi: il suo brillante talento intellettuale da un lato e dall’altro lato il suo distacco dalla società, una repulsione e una fobia che contrastano con la grandezza dell’impresa che sta compiendo proprio per quella società che teme. The Imitation Game è dunque un gioco di imitazione di sequenze matematiche, ma anche un gioco di ruoli umani e sociali, gioco che Alan Turing non riuscirà a vincere.

La grande storia è fatta di uomini, piccoli e grandi, ma pur sempre intrisi di umanità ed il film si conclude con la condanna di Turing per atti osceni (poiché omosessuale) e con il suo suicidio avvenuto nel 1954 all’età di 41 anni.  I titoli di coda sono un pugno nello stomaco e la denuncia della banalità della maggior parte delle ingiustizie. Un film che tenta di pagare il debito della storia contemporanea con uno dei suoi grandi dimenticati protagonisti.

Consigliato a: appassionati di storia, matematici, ingegneri e scienziati, British Cinema lovers.

 

LA TEORIA DEL TUTTO

Regia: James Marsh
Con: Eddie Redmayne, Felicity Jones
Gran Bretagna 2014

Anche in questo caso un grande scienziato, uno studioso brillante, ma al contrario di Turing anche molto popolare e carismatico. Stephen Hawking è uno degli scienziati più conosciuti del mondo, la sua mente e la sua vita hanno dell’incredibile. La teoria del tutto è il primo film interamente dedicato alla sua biografia, un film che è già un cult. Una grande storia che è anche però una storia piccola, la storia di un amore semplice e vero.

Tocca ad Eddie Redmayne interpretare il grande astrofisico britannico durante tutto il film, per un arco di tempo che va dal periodo dei suoi studi a Cambridge negli anni ‘60 fino ad oggi. Il film è tratto dal libro biografico Verso l’infinito, scritto da Jane Wilde Hawking, ex moglie di Hawking. E l’origine della sceneggiatura è chiara. Più che un racconto sul del grande scienziato La teoria del tutto racconta infatti di Stephen e Jane, che si conoscono all’università, si innamorano e affrontano la vita. La malattia di Hawking appare già all’inizio del film e il suo decorso accompagnerà e segnerà la storia dei due personaggi lentamente, ma inesorabilmente. I due attori protagonisti sono portentosi quanto i personaggi che interpretano. Felicity Jones è una Jane inarrestabile, che non cede mai alla commiserazione, cresce tre figli e non vuole smettere di lottare a fianco del marito. Eddie Redmayne si guadagna un Oscar con la sua impressionante capacità di mostrarci la progressione della malattia di Hawking, una progressiva atrofia muscolare che lo porterà all’immobilità.

Il film ci mostra la difficile quotidianità dei due, senza soffermarsi troppo sul mondo accademico, ma comunque raccontandoci l’evoluzione del pensiero dello scienziato, sempre più forte, nonostante un corpo sempre più debole. Redmayne, comunica con lo sguardo e questa sua capacità interpretativa, assieme alla delicatezza della narrazione, sono la forza del film. Stephen, nella sua carriera di studioso, vuole trovare una teoria che spieghi come ogni cosa sia legata da una legge comune. Una ‘teoria del tutto’ per l’appunto. Per ciò che riguarda il film, possiamo dire che la forza che fa da collante a tutto è l’amore. La fotografia retrò e patinata e il ritmo ordinato e sereno aiutano a trasmettere un’idea di dolcezza ed ordine che rafforza il senso del titolo della pellicola. Nel 1963 al giovane Hawking erano stati dati due anni di vita, ora ha settantacinque anni, ha elaborato studi che hanno cambiato le nostre conoscenze sul cosmo, la sua famiglia continua ad essere protagonista dei momenti più importanti della sua vita e la sua vicenda è in sé una piccola teoria del tutto. Questo film è un omaggio ad una personalitá che ci ricorda, col suo esempio più che con le parole, che forse davvero c’è una sola teoria alla base di tutto. Perchè “finchè c’è vita c’è speranza”.

Consigliato a: cervelloni, romantici, sognatori e a chiunque non dispiaccia mai una bella storia.

 

UNBROKEN

Regia: Angelina Jolie
Con: Jack O’Connell, Domhnall Gleeson, Miyavi
USA 2014

Dopo la scena conclusiva di Unbroken la sensazione principale è quella di meraviglia, seguita da incredulità. Meraviglia al conoscere di che cosa è stato capace il protagonista di questa storia. Incredulità al rendersi conto che la sua storia è quasi sconosciuta.

Unbroken, seconda prova registica di Angelina Jolie, è il biopic dedicato a Louis Zamperiniatleta da record alle Olimpiadi di Berlino del 1936, sopravvissuto ad un naufragio, soldato dell’esercito statunitense e per anni prigioniero nei campi di concentramento Giapponesi durante la seconda guerra mondiale. Sulla carta il film promette benissimo: vicenda straordinaria e poco nota, regia celebre, sceneggiatura di Joel ed Ethan Coen e fotografia di Roger Deakins. Cosa volere di più? Il risultato però non è quello che ci si aspetterebbe.

Il film si può considerare come diviso in due parti. La prima, costruita su diverse sequenze temporali ci presenta il personaggio dall’infanzia fino agli eventi più drammatici della sua vita. Qui vediamo il difficile rapporto con la famiglia ed il fratello, la vita sportiva e il tragico naufragio in mare.  Ad un certo punto però tutto si ferma. Nella seconda parte il racconto procede lineare e Louis viene lasciato solo, senza neanche la via di fuga dei suoi ricordi o una speranza di uscire dall’incubo. Qui arrivano il campo di concentramento, le torture, l’alienazione e la lontananza effettiva da tutto ciò che Louis conosceva e da tutto ciò che era (la drammatica sequenza della corsa nel campo di concentramento è forse la scena che meglio rappresenta questa sensazione). Anche il ritmo del film cala, e con questo anche la speranza, nello spettatore, che Louis riesca a vincere la sua corsa. Il film apre anche degli interessanti scorci narrativi che poi vengono abbandonati o poco approfonditi (l’infanzia di Zamperini ed il rapporto con la famiglia, il rientro in patria) questo può essere considerato un difetto, ma anche un mezzo efficace nel trasmettere quella sensazione di abbandono e smarrimento che accompagna lo spettatore fino alla fine.

Questa però non è la storia di una sconfitta, bensì quella di un uomo che non si può spezzare e Louis Zamperini non perde mai la determinazione, la speranza e soprattutto la voglia di vincere e riscattarsi. Jack O’Connell interpreta il protagonista con controllo e misura dall’inizio. Raramente vediamo esplodere il mondo interiore di Zamperini, ma abbiamo sempre chiaro davanti agli occhi la sua volontà di rimanere in piedi, di resistere, di vincere. Il suo principale antagonista, il caporale Giapponese Watanabe, a capo del campo di concentramento ha invece una tinta sola, quella della freddezza e dell’insoddisfazione. Il personaggio è poco approfondito e viene da chiedersi se per volontà registica o a causa del suo interprete (il musicista giapponese Miyavi). La regia scarna si mette completamente a servizio della storia, ma comunque ci lascerebbe desiderare un qualcosa in più, quel valore aggiunto che il cinema dovrebbe dare, ma che purtroppo non arriva nemmeno sul finale. Per fortuna a rimediare c’è Louis Zamperini: la sua vicenda basta da sola ed è il vero motivo per guardare questo film che vi lascerà meravigliati.

Consigliato a: atleti, lottatori e combattenti, chiunque cerchi ispirazione e motivazione.

 

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