Chi l’ha visto (il film): The Orphanage di J.A. Bayona

Oggi vi invitiamo a riscoprire un piccolo gioiello del cinema spagnolo con molte anime: paura, fantasia, poesia, dramma. The Orphanage è un horror per chi non ama gli horror, ma anche per chi li ama, un film con uno spirito dark fantasy che non a caso ricorda La spina del diavolo o Il labirinto del fauno. Dopotutto The Orphanage è prodotto da Guillermo del Toro.

La storia è semplice, ma viene svolta con sapiente equilibrio per creare un’atmosfera di suspence che non ha bisogno di banali jump scares. Laura ha vissuto i primi anni della sua vita in un orfanotrofio, che rileva trent’anni dopo quando è ormai abbandonato con l’idea di aprire una casa famiglia per bambini con Sindrome di Down. Si trasferisce dunque nell’orfanotrofio con il marito e il figlio Simón; il bambino però comincia presto a comportarsi in modo strano, giocando con amici che nessuno può vedere (sempre un brutto segno).

Inizialmente Laura e il marito Carlos pensano sia una fase innocua, ma la situazione degenera quando uno dei giochi di Simón lo porta a scoprire i suoi documenti di adozione. Simón è adottato e non solo, è anche sieropositivo. La scoperta lo fa infuriare perché pensa che morirà presto. Tutto precipita definitivamente quando Simón scompare durante la festa di inaugurazione dell’orfanotrofio; nello stesso momento Laura viene chiusa in un bagno da un misterioso bambino con un sacco in testa. A quel punto per la protagonista inizia una doppia ricerca: la ricerca di suo figlio e la ricerca di una spiegazione ai misteri dell’orfanotrofio. Ma è davvero una ricerca, o un gioco?

The Orphanage è senz’altro un film dove il gioco è importante, su più livelli. I giochi dei bambini, spesso inconsapevolmente strani e inquietanti, che a volte possono avere conseguenze drammatiche. Il gioco del film con elementi classici come i nuclei familiari problematici, i bambini ricettivi alle influenze soprannaturali, le madri determinate e sensibili, i padri apatici e scettici. La sceneggiatura infatti crea un’atmosfera familiare che rende ancora più efficaci i momenti in cui le aspettative vengono ribaltate.

Un film che rimane a lungo nella memoria, insieme a una miscela di sentimenti contrastanti: inquietudine, tristezza, ma anche uno strano senso di serenità.

Tre motivi per riscoprire il film The Orphanage

  • Una regia d’atmosfera che può mettere d’accordo gusti molto diversi. Magari non piacerà agli appassionati di commedie romantiche o cinepanettoni, ma per chi ama il buon cinema, storie che catturano e un pizzico di attesa, questo film è perfetto. La vicenda si sviluppa a poco a poco, senza fretta; Bayona tiene salde le redini della suspence, e misura la paura. Il film è pervaso da un senso di angoscia diffusa e crescente che si insinua nello spettatore e lo cattura.
  • Una storia tesa tra realismo e magia con un insolito filo di speranza. Il sentimento predominante alla fine della visione non è paura od orrore, ma un senso profondo di malinconia. C’è molto di reale o perlomeno di plausibile nella storia, molto di toccante e triste. Lo spavento iniziale cede presto il passo all’angoscia e alla pena e quando si scopre l’orrore, è più vero e realistico del previsto. E, ci suggerisce The Orphanage, con l’orrore si può fare pace, forse.
  • Una protagonista magnificamente interpretata da Belén Rueda e aiutata dalla perfetta alchimia con i comprimari Fernando Cayos e il bambino Roger Prìncep. Impossibile non sentirsi vicini all’appassionata e forte Laura e allo stesso tempo non cogliere la ragionevolezza del marito che cerca di convincerla ad andare avanti. Per quanto noi spettatori sappiamo che Laura ha ragione (le madri agguerrite hanno sempre ragione in questi film), non possiamo che empatizzare con entrambi. In questo quadro familiare, l’unico piccolo problema è proprio Simòn, che nonostante la sua credibilità, risulta così irritante da essere quasi un sollievo quando sparisce. Ma non ditelo a Laura.

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