Tre Manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh

Alcuni film escono al cinema preceduti dalla loro fama. Questo crea un senso di aspettativa che cresce intorno a loro, come il profumo che si spande da un forno dove cuoce una torta. Il profumo ci fa venire l’acquolina in bocca, ma è solo quando apriamo il forno che scopriamo se la torta è buona o è un disastro, cruda al centro o densa e dura come un mattone.

La torta Tre Manifesti è stata preceduta da un profumo decisamente intenso, profumo di premi e di lodi dalla critica. Ha cominciato a spandere questo aroma persistente alla Mostra del Cinema di Venezia 2017, dove è stata accolta da una scrosciante pioggia di applausi alla proiezione stampa, la più lunga per il regista finora. Nel momento in cui scriviamo, ha dominato Golden Globes e BAFTA e si appresta ad affrontare gli Oscar tra due settimane come uno dei concorrenti più papabili. Il profumo dunque è intenso e persistente, e noi FEMS non potevamo che aprire il forno e testare questa incredibile torta.

Vi proponiamo dunque una recensione a ben sei mani. Tre FEMS per tre manifesti. Uno a testa. Ma prima, di cosa parla Tre Manifesti a Ebbing, Missouri?

Mildred Hayes non si dà pace. Madre di Angela, una ragazzina violentata e uccisa nella provincia profonda del Missouri, Mildred ha deciso di sollecitare la polizia locale a indagare sul delitto e a consegnarle il colpevole. Dando fondo ai risparmi, commissiona tre manifesti con tre messaggi precisi diretti a Bill Willoughby, sceriffo di Ebbing. Affissi in bella mostra alle porte del paese, provocheranno reazioni disparate e disperate, ‘riaprendo’ il caso e rivelando il meglio e il peggio della comunità.

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Un film dai temi difficili e dallo sviluppo complesso e duro, inevitabilmente causa una reazione forte da parte dello spettatore, di chiusura o di apprezzamento. Vediamo come questo si rispecchia nelle reazioni di noi FEMS.

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Personaggi in evoluzione, sofferenza e forza: la recensione FEMS di Francesca B

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri è un film sorprendente perché diviso in tre parti, ognuna delle quali quasi un racconto a se stante:

  • La provocazione di una madre in lutto per la figlia allo sceriffo inadempiente nei confronti delle indagini.
  • Gli ultimi giorni di uno sceriffo malato di cancro che, sentendosi responsabile per l’impossibilità di risolvere un caso, tenta di dare il suo contributo con lettere d’addio piene di lucido affetto e fiducia.
  • Il tentativo di redenzione di un poliziotto violento e alcolizzato, per affetto e rispetto nei confronti del suo capo appena deceduto.

Fin dall’inizio della pellicola, sembra che ciascun personaggio abbia un carattere ben definito: forte, deciso e incorreggibile, sia questo per orgoglio, rettitudine o ignoranza. Eppure, man mano che il film si sviluppa, si vedono i lati più sofferenti (ma senza patetismi) e umani di ognuno di essi. Non ci sono colpevoli o vittime, solo sofferenza, sensi di colpa e solitudine e il tentativo di annullarle attraverso azioni mirate a una forma di collaborazione. Bellissimo.

Una triade di risate amare, pugni nello stomaco e lirismo nascosto: la recensione FEMS di Francesca S

Ho visto Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, come mi capita sempre più spesso, a una Sneak Preview. Erano settimane che aspettavamo questo film e appena sono comparsi i titoli di testa, nella sala si è diffusa l’eccitazione. Quando alle Sneak Previews capita un candidato agli Oscar, uno preceduto da una scia di fama come Tre Manifesti, nessuno fiata. Almeno all’inizio. Ciò che mi colpisce, in retrospettiva, è quanto abbiamo riso nel guardare questo film. La sua ora e tre quarti alterna risate amare a pugni nello stomaco, spesso in sequenza ravvicinata. Ciò avviene in particolare nella prima parte, mentre la seconda si lascia andare e mostra l’umano sotto la durezza, il lirismo sotto il grossolano, grottesco e sanguigno.

La sua atmosfera, l’equilibrio precario di umorismo nero, delicatezza e crudezza è retto completamente dai personaggi. L’ambiente è poco più di uno sfondo, ma nel suo contributo minimo sottolinea, rende incisive le interpretazioni e diventa veicolo per i personaggi stessi. Difficile dimenticare la scena in cui la macchina con Mildred e suo figlio gira una curva e all’improvviso si trova davanti i manifesti in fiamme, non più sfondo, per quanto controverso, ma prove vive e incombenti che la ricerca della verità è tortuosa come la strada dove sono esposti.

La stessa tortuosità caratterizza i personaggi, che all’inizio si ergono monolitici come simboli: il poliziotto buono, il poliziotto cattivo, la madre vendicativa (non se ne vedeva una così tosta dai tempi di Beatrix Kiddo). Il film li porta in direzioni che confondono e spiazzano lo spettatore, pur mantenendoli fedeli a se stessi nell’essenza intima. La madre vendicativa non smette di cercare un colpevole, ma mostra i suoi limiti, le sue carenze, il suo bisogno di compensazione sepolto dalla rabbia: il suo desiderio di vendetta è parziale proiezione di un senso di colpa inammissibile.

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Un elemento interessante di Tre Manifesti è la simbologia del numero tre. Il tre si presenta in più istanze: tre manifesti, tre personaggi principali, tre sezioni del film, un percorso in tre tappe, rappresentate metaforicamente dai manifesti, prima installati dall’agenzia dietro pagamento di Mildred, poi bruciati, e infine reinstallati con l’aiuto di esponenti della comunità – emblematici anch’essi: una coppia di colore e un nano –  in una sorta di solidale ribellione alle istituzioni. Rabbia, escalation violenta, collaborazione: Tre Manifesti si potrebbe quasi dividere nettamente in tre atti.

A cosa porta infine questo tortuoso percorso tripartito? A una catarsi, a qualcosa che non è pace – la pace in Tre Manifesti pare possibile solo nella morte – ma al riscoprire uno scopo, al reinventarsi, e andare avanti. Verso la vendetta o verso il perdono? A questa domanda il film non ha risposta, se non la stessa che ci dà la vita quando dobbiamo affrontare tragedie o errori personali: una perenne ricerca.

Già visto, politicamente scorretto, teatrale, religioso: la recensione FEMS di Maria

Ammetto di essere andata a vedere Tre Manifesti a Ebbing, Missouri abbastanza impreparata. Subito mi è emersa l’impressione di “già visto” confrontandolo con tre film abbastanza recenti: Hell or High Water per dialoghi politicamente scorretti, il mix di generi, la campagna  dell’entroterra americano del sud, Calvario, guarda a caso scritto e diretto dal fratello di Martin McDonagh (John Michael McDonagh), In Bruges diretto dallo stesso Martin su cui però non posso darvi anticipazioni.

Il punto forte di Hell or High Water però è la trama di “genere” appunto, il giallo di Tre Manifesti invece è un fake, si rivela presto essere solo uno spunto per farci conoscere tre personaggi, di cui due abbastanza grotteschi, costruiti con una profondità, sfaccettature e complessità davvero umana, tre persone vere che non si possono giudicare superficialmente e che sono capaci di cambiare in pochi minutiCalvario , la storia di un prete buono minacciato di morte da un ex vittima di pedofilia, racchiude molte chiavi di lettura: parla di attualità, del perdono cattolico, ma soprattutto insegna a non usare facili etichette e non fare di tutta un’erba un fascio. In Bruges, guardatelo. 😀

I tre personaggi principali sono circondati da macchiette, gli altri abitanti di Ebbing, una città di fantasia che potrebbe essere ovunque nel mondo, ma anche in nessun luogo, più probabilmente su un palcoscenico teatrale, tant’è irrilevante all’interno del racconto. Stessi difetti che ho riscontrato, appunto, in Calvario.

In poche parole il film non mi era poi tanto piaciuto ma sicuramente mi aveva stimolata: tra dialoghi al vetriolo, intelligenti, politicamente scorretti, e quel senso di disagio continuo che mette nello spettatore. Ho poi scoperto che nel giro dell’ultimo mese il film ha diviso l’America: c’è chi lo ama e chi lo odia, in molti lo accusano di razzismo per via della trama che riguarda il personaggio controverso del poliziotto Jason Dixon (interpretato da Sam Rockwell, sempre bravissimo in questo tipo di ruoli), un violento, sociopatico razzista.

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La critica americana è stata costretta ad andare in profondità alle origini della sceneggiatura, che pare ispirarsi alle opere di un’autrice profondamente cattolica del Sud degli Stati Uniti: Flannery O’Connor (citata anche nella seconda scena del film con la lettura della sua raccolta, “A Good Man is Hard to Find”) le cui opere sono per lo più storie di estrema violenza e realismo, ambientate nelle campagne del Sud, con personaggi grotteschi, tanto che il suo genere è chiamato “Gotico del Sud”. Fulcro della narrazione sui personaggi sono gli attimi di redenzione che attraversano nei loro momenti peggiori. Secondo la sua fede, la stessa di Martin McDonagh, anche in un mondo totalmente folle, Dio è nascosto ma sempre presente e crede in te, ogni tua scelta può portarti all’inferno o alla redenzione, basta un solo gesto perché ti sia concessa la grazia, chiunque tu sia e qualsiasi cosa terribile tu abbia fatto.

Che cosa ho imparato da tutta questa storia, anche se il film continuo a non amarlo, sicuramente non ci si può fermare alle apparenze, né etichettarlo, proprio come i suoi personaggi.

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