Diabolik dei Manetti Bros: la recensione

Premetto che sono tornata al cinema a gennaio 2022 dopo che non ci andavo dal 2019. L’ultimo film che avevo guardato in tempi pre pandemia era stato Rocket Man. Nel 2020 niente cinema per ovvi motivi e nel 2021 non mi sentivo ancora abbastanza a mio agio da chiudermi in una sala con un numero impreciso di sconosciuti per due ore. Arriviamo così a gennaio 2022, quando un’amica mi spinge a un atto di normalità e mi invita al cinema. Diabolik è in scena da quasi un mese, e sono le quattro del pomeriggio, quindi va benissimo, ci saranno quattro gatti. Alla fine troviamo zero gatti, una dozzina circa di persone, ma comunque riusciamo a distanziarci, quindi perfetto. Sedute, via le luci, passata la pubblicità, inizia Diabolik. 

Si parte con l’inseguimento notturno. Okay, ci sta, vediamo come procede. Poi arriva la scena in quella specie di baita. Insomma, la scena della festa. E lì arriva la botta. Ma come parlano questi? Recitazione manierata, da cinema di genere? Ma diciamo piuttosto recitazione da spettacolo delle medie. Se fanno un cartonato di Diabolik e lo espongono al negozio di fumetti, recita meglio.

Meno male che poi arriva Miriam Leone con un vestito per cui ucciderei e ci distrae dai cartonati. E lei sì che ci riesce, a far funzionare questa recitazione artificiosa. Così come ci riesce Luca Marinelli, anche se lui forse esagera un filino con l’arcata sopraccigliare immobile e il tono monocorde da robot. Va bene che Diabolik è un personaggio che l’empatia e le emozioni non sa dove stanno di casa, ma al Diabolik di Marinelli viene ogni tanto la tentazione di controllargli il polso per vedere se è ancora vivo.

La mascherina, Eva, quante volte devo dirtelo?

In effetti, gli unici personaggi che appaiono umani in questo film sono l’ispettore Ginko, un Valerio Mastandrea che emana dignità e riflessione, e la povera Elisabeth, ignara fidanzata di Diabolik interpretata da Serena Rossi. Tolti loro e i due protagonisti, gli altri sono irrilevanti o irritanti, e a volte entrambe le cose.

La trama del film è tratta per lo più dal terzo fumetto delle sorelle Giussani sul ladro in tutina aderente, L’arresto di Diabolik, episodio in cui avviene l’incontro con Eva Kant, e comincia una delle relazioni più celebri del fumetto italiano. L’incontro tra il re del crimine e la sua regina avviene nel modo che ci si potrebbe aspettare: lui cerca di derubarla. Eva Kant è infatti vedova di un uomo importante e ricco, e possiede un tesoro: un celebre diamante rosa. Quando Diabolik cerca di rubarlo, lei lo sorprende, e gli fa una rivelazione sconcertante: il diamante è falso. Non vi sto dando grandi spoiler, perché questi eventi succedono tutti nelle prime pagine del fumetto e all’inizio del film. Da questo incontro, si scatenano vicende che porteranno entrambi a rischiare il tutto per tutto, fino alla vita. 

Il fumetto originale.

Eva Kant e Diabolik sono una coppia che non ha bisogno di presentazioni, e il re del crimine era già stato portato al cinema da Mario Bava nel 1968. Questa nuova versione dei Manetti Bros è seria, artificiosa, con un’estetica dal sapore vintage e quella recitazione ingessata di cui ho già parlato che spiazza fin dall’inizio. Un film cerebrale, molto parlato, con frequenti esposizioni e spiegoni. L’impressione, però, è che non si tratti di ingenuità, ma di precise scelte stilistiche, di una resa deliberatamente anacronistica su più livelli. 

Nella prima parte del film, specie dopo quella scena assurda della festa, ho fatto fatica a calarmi nella storia, a relazionarmi con questi personaggi da fumetto. Poi ho capito che la chiave era proprio quella: Diabolik è un film che respinge lo spettatore. Non ci si può relazionare con questi personaggi. Non con Diabolik ed Eva, di una freddezza quasi sovrumana; le scene di Diabolik con Elisabeth mi hanno messo a disagio per la manipolazione psicologica che lui esercita nei suoi confronti. Elisabeth, la donna ingannata, è di fatto l’unico personaggio per cui ho provato un filo di empatia. Insieme a Ginko, definito dal suo senso del dovere nei confronti di una società corrotta. Tuttavia, perfino questi due personaggi risultano bidimensionali.

Entra nella polizia, dicevano. Farai carriera, dicevano.

Insomma, non ci si può calare in queste atmosfere patinate da rivista anni 60. La stessa sensazione che si prova leggendo il fumetto di Diabolik, o almeno la stessa che io ho sempre provato. Anche il fumetto, infatti, emana questo senso di freddezza, di artificiosità. Di fuori dal tempo. 

Accettato ciò, mi sono goduta decisamente di più il film. Sorridendo della recitazione, ammirando l’estetica, il clima vintage, i look di Eva Kant. Un film che ha le dimensioni del fumetto e del cinema d’epoca, e che se avesse accettato con leggerezza queste, ridotte, dimensioni, sarebbe apparso più genuino e godibile. Invece Diabolik cerca di prendersi troppo sul serio e così facendo diventa un po’ come la voce monocorde di Marinelli: ci sta, ma a tratti è pesante e sembra una parodia.

Insomma, questo Diabolik mi è piaciuto o no? Diciamo che mi sono divertita a guardarlo, in parte di sicuro perché era il mio primo film al cinema da quasi tre anni. Suggerirei però di leggere il fumetto prima (o al posto) di vedere il film, per non rimanere eccessivamente spiazzati dalle atmosfere e dal modo di esprimersi dei personaggi. Perché su quello c’è poco da dire, il Diabolik del film è esattamente come quello dei fumetti, così come la maggior parte degli altri personaggi.

Se la fedeltà al materiale originale fosse l’unico parametro di giudizio di un film, Diabolik avrebbe vinto a pieni voti. E forse questo basta a salvarlo.

Me lo riguarderei solo per i look di Miriam Leone. Quell’aura di perfezione che è pura Eva Kant.

Francesca S.

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