La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini

Fotogramma dal film

Una storia che ha scosso l’Italia nel 2016, quella dell’omicidio di Luca Varani, un ragazzo che si è trovato con le persone sbagliate nel momento sbagliato.

Questo film è stato fatto per chi è rimasto, i vivi, coloro che restano quando la città si risveglia, e magari bisogna proprio vendere caramelle con il pensiero costante che tuo figlio è stato massacrato.

Non c’è voyeurismo: la luce è rivolta verso la normalità, la quotidianità fatta anche di amore e risate, di un ragazzo che ha avuto i suoi ostacoli da superare fin da quando è stato messo alla luce… interesse sottolineato dal regista con un tono rispettoso e indulgente verso scelte di un ventitreenne alle prese con una realtà che non si può controllare e che se ci entri in un modo o nell’altro ne diventi schiavo.

Tutta questa situazione secondo me ha un suo fulcro, un autobus e una chiacchierata con una sua vecchia compagna di classe: è qui che inizia ad entrare in contatto con il suo abisso. Questa volta però il giro di droga e di sesso è stato il carnefice, di tutti.

Il film è stato ispirato dall’omonimo romanzo di Nicola Lagioia, insignito del Premio Internazionale Bottari Lattes Grinzane, il Premio Leogrande e il Premio Napoli, e nel film una cosa che mi ha colpito è che i personaggi secondari rappresentano come maschere teatrali la romanità di questo mondo tanto tetro quanto “vivo”.

di Irene Losi

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