The Difficult Bride di Rubaiyat Hossain
Il lungometraggio della regista bengalese Rubayat Hossein approda alla 83. Mostra del Cinema di Venezia: per la prima volta una regista del Bangladesh arriva a Orizzonti.
Zaineen, durante uno dei rituali di preparazione al matrimonio.
Il film racconta la preparazione alle nozze di Zaineen, giovane e privilegiata bengalese. Nel tentativo di indossare le vesti della promessa sposa che tutti attorno a lei si aspettano, si sottopone a incessanti rituali di bellezza all’interno del MayFair, lussuoso centro estetico ma, soprattutto, sua prigione dorata. Il suo corpo, però, si ribella. E così, tra una maschera di fango e una fuga, il film, attraverso i toni perturbanti del body horror, ci interroga sulla contraddizione tra gli elaborati rituali della femminilità e quella parte istintiva e indomabile che non vuole lasciarsi addomesticare.
“Per favore, fai uscire le lucertole dalla mia stanza, lo sai che non mi piacciono.”
“Non posso, questa è la stagione, arrivano con l’alluvione. Devi solo imparare a conviverci.”
In questo scambio tra Zaineen e sua madre prende voce il conflitto visivo che accompagna tutto il film e che rispecchia la contrapposizione tra l’immagine favoleggiante della sposa ideale — incensata e coccolata — e le sensazioni brutali che il suo corpo sta vivendo. In un alternarsi di immagini incantate e animali mostruosi, lo spettatore viene trascinato nella mente ondivaga di Zaineen, che per tutta la sua permanenza al MayFair non ha tregua dai suoi pensieri ossessivi, incubi e allucinazioni.
I trattamenti al Salone di bellezza
Lucertole, lumache, pesci gatto, zanzare — tutti animali comuni a Dhaka — compaiono incessantemente nel film, rendendo perturbanti le immagini di vestiti colorati e luccicanti, pelli lisce e morbide, trucchi perfetti. La promessa implicita del MayFair viene così compromessa: “Con i nostri rituali diventerai una sposa bella, e per questo, felice”.
Al Salone del Mayfair ci sono trattamenti per tutto: capelli che possono essere incensati, pelle da scrubbare e levigare, unghie da colorare del giusto colore per ogni evenienza, grasso da ridurre e trucco, per completare l’opera.
La regista, cresciuta in Bangladesh, è consapevole di quanto i corpi, i desideri e ogni movimento delle donne siano costantemente osservati, regolamentati e giudicati. E non manca di mettere in scena quel controllo e quella aspettativa sociale.
Niente della futura sposa funziona: è tutto da sistemare. E iniziamo così ad avvicinarsi al suo "vero" corpo attraverso primissimi piani che gridano al realismo del corpo femminile. Tutti, attorno alla protagonista, la sorvegliano affinché possa diventare quell’immagine ideale restituita dall’occhio maschile: la direttrice del salone, la sua estetista, il suo autista e perfino il futuro sposo.
Non siamo abituati a vedere e a soffermarci su alcuni aspetti del nostro corpo, completamente normali, quando questi non corrispondono ai canoni della bellezza. Come nelle stanze del salone, dove Zaineen si impressiona davanti a lucertole e lumache nonostante siano animali comuni a Dhaka. Qualcosa può essere perfettamente visibile e, allo stesso tempo, percepito come indesiderabile. Per riprendere la domanda iniziale: come si impara a riconciliarsi e a convivere con ciò che percepiamo tra l’ideale e il mostruoso?
Già in Under Construction, Rubayat Hossein mostrava gli elementi e gli spazi della città di Dhaka per raccontare, attraverso di essi, la condizione sociale delle persone che la abitano. Anche qui sembra esserci il tentativo di tracciare un legame tra il corpo di Zaineen e gli splendidi spazi del MayFair, entrambi apparentemente perfetti ma infestati da qualcosa che ancora viene percepito come mostruoso. E forse è proprio in questa convivenza, più che nella sua eliminazione, che il film individua una possibile forma di liberazione.
Seguiamo Zaineen in questo processo, nella sua continua oscillazione: ci sono momenti in cui guarda il suo corpo, i suoi capelli curati, e sembra felice, ma subito dopo prevale il desiderio di fuga, di tornare a sé stessa.
Si ritrova a confrontarsi con l’oscuro selvaggio che si sprigiona dentro di lei: realtà e fantasia diventano sempre più indistinguibili e il grottesco di una ceretta o le infiltrazioni di sangue si materializza in serpenti che la penetrano dalle orecchie o in bubboni che compaiono nella notte.
Sposa Fantasma
Una leggenda metropolitana aleggia durante tutto il film: quella di una sposa perfetta — bella, impeccabile — che morì il giorno del suo matrimonio. La sposa fantasma della leggenda e Zaineen si inseguono e confondono per tutto il film, finché, il giorno delle nozze, mentre viene truccata, Zaineen appare quasi come un cadavere.
A lavoro finito, la direttrice del salone di bellezza si volta verso la promessa sposa:
“Sei felice?”
Appena le porte si chiudono e Zaineen si scruta nello specchio, succede qualcosa di improvviso: toglie tutto.
Si rasa la testa, si leva il trucco, i gioielli e, nel suo sguardo, vediamo quella sensazione viscerale che tutti abbiamo provato almeno una volta:
“Eccomi di nuovo qua. Sono di nuovo io, nel mio corpo”.